Peccatum: Lost in reverie

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Ver Sacrum L’ultima fatica discografica dei Peccatum, gruppo norvegese di estrazione black metal, è un’opera di difficile classificazione; pur essendo chiaro l’ambiente in cui il gruppo affonda le proprie radici, dopo il primo CD il loro suono si è arricchito di influenze elettroniche ed avanguardistiche che lo hanno, almeno parzialmente, allontanato dai canoni del metallo più estremo. Lost in reverie esce dopo tre anni dall’ultimo lavoro e dopo alcune rivoluzioni nella formazione, di fatto ridotta a un duo costituito da Ihriel e Ihsahn più alcuni collaboratori, e viene pubblicata dall’etichetta personale dei due membri, la Mnemosyne Productions, di cui costituisce la prima uscita. Come dicevo, la loro musica numerose influenze: atmosfere classicheggianti, suoni noise, strutture industrial, chitarre decisamente metal, sensazioni jazzy, melodie mediorientali, con risultati, in alcuni casi, molto interessanti che, per quanto mi riguarda, non danno l’impressione di “già sentito”. I brani variano repentinamente durante il loro svolgimento passando da suoni morbidi e malinconici a momenti aggressivi e violenti; il lavoro di amalgama degli elementi non sempre riesce perfettamente e, se in alcuni brani tale elemento può aiutare nella riuscita del brano lasciando spiazzato l’ascoltatore, in altri frangenti può lasciare un po’ perplessi. Notevole è il primo brano “Desolate after ever”, introdotto da suoni che si ispirano alla musica classica si cui si inserisce una voce femminile tra jazz e trip hop; improvvisamente, esplode in rumorosità industriali e chitarristiche su cui si innesta una roca voce maschile, per poi ritornare alla calma del pianoforte e di una voce sussurrata e successivamente aggredire nuovamente l’ascoltatore. Nel secondo brano, su un’atmosfera jazzy si innestano improvvisamente le chitarre tirate che interpretano melodie mediorientali in un amalgama che mi ricorda alcune cose dei Tool. “Parasite my heart” alterna la violenza del metal estremo, retaggio del passato del gruppo, a morbidi momenti melodici. “Veils of blue” nasce con un mood ancora in stile trip hop che si evolve gradualmente in un suono noise chitarristico che rimane sempre abbastanza morbido. “Black Star” nasce in maniera simile al precedente ma è punteggiata da tratti metal velocissimi e potenti. Ronzii d’insetti, ritmiche industriali alternate a momenti più morbidi e a riff doom caratterizzano “Stillness”, mentre “The banks of the river is night”, che chiude l’album, è un brano in cui la voce femminile si incastona sulle note di un pianoforte e delle tastiere che simulano gli archi, accompagnata da brevi e melodici cori. Nel complesso un disco interessante, che richiede più di un ascolto veloce per essere apprezzato.

Per informazioni: Mnemosyne productions PoBox 17 N-3671 NOTODDEN NORWAY
Web: http://www.peccatum.com/
Email: [email protected]
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