Inner Glory: Remains of a dream

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Ver Sacrum Diversi anni dopo la loro nascita, gli Inner Glory giungono alla pubblicazione loro primo CD ufficiale; autori di un demo CD nel 2000, seguito da un promo CD e due vinili (un sette pollici e un dieci pollici), riescono a pubblicare questo CD con una formazione rivista e corretta, che vede Daniel M al piano, Jonny B alla voce e alla chitarra, Piero B al violoncello e David T al contrabbasso. Già la formazione può dare un’idea delle novità presenti nel loro suono rispetto alle precedenti registrazioni, in particolare le più lontane nel tempo. In effetti non posso nascondere che queste erano a mio giudizio assolutamente troppo scarne a livello di organico ma soprattutto di arrangiamenti, lasciando, dopo l’ascolto, l’impressione di aver ascoltato una forma cantautorale in embrione: la scelta estetica di musica folk dai semplici accordi, sposata ad un organico ridotto al minimo, lasciava un senso di vuoto alquanto spiacevole. Tutt’altro discorso va fatto per questa nuova produzione, in cui sono presenti brani nuovi accanto ad altri tratti da vecchi lavori ma completamente riarrangiati: la nuova formazione riesce a rendere il suono di gran lunga più corposo e piacevole da ascoltare di quanto non fosse in precedenza, con arrangiamenti strumentali che non hanno paragone con quelli originari. Le melodie e il compesso sonoro, completamente acustico, sono sicuramente all’altezza se non superiori rispetto a quelli di numerosi gruppi stranieri che continuano a ripetere da decenni gli stessi accordi. A partire dall’introduttiva “Overture” fino alla conclusiva “Brown wood box” si respira un’aria indubbiamente più ricca di interesse rispetto alla media dei gruppi del nuovo folk oscuro: l’atmosfera è decisamente decadente e potrebbe ispirare pensieri di locali fumosi di una Parigi ormai perduta, poco prima della chiusura, quando lo chanteur rimane con poche persone a condividere chiacchiere, avventure e canzoni. Anche i brani meno strutturati da un punto di vista strumentale non danno più la sensazione di vaga inconsistenza che potevano dare le prime registrazioni del gruppo grazie ad una cura maggiore, anche se alcuni dei brani più vecchi, a mio giudizio, mostrano qualche debolezza nella melodia e nell’uso della lingua inglese. Un appunto che mi sento di fare riguarda l’uso della voce, che in più di un’occasione dà la sensazione di uno sforzo eccessivo per suonare bassa e cupa. In ogni caso, rispetto ai lavori precedenti, qui siamo su un altro pianeta.

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