Vittorio Vandelli: A Day of Warm Rain in Heaven

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Ver Sacrum Ho sempre nutrito incommensurabile stima nei confronti di Vittorio, artista dotato di grandi capacità compositive e di fine eleganza esecutiva. Questo suo esordio solista, patrocinato dalla attenta label lusitana Equilibrium Music, da sempre distintasi per la elevata caratura delle sue uscite, costituisce valida conferma della bravura del nostro. Il tema principale viene offerto dall’immortale opera di uno dei miei Poeti prediletti, l’albionico Samuel Taylor Coleridge. Una rilettura personale e rispettosissima de “The rhyme of the ancient mariner” che accresce esponenzialmente il valore intrinseco di “A day…”., già di per sè notevole. E’ Francesca Nicoli a sostenere il gravoso ruolo di vocalist, ed ovviamente la sua prova è superlativa, arricchendo così i pezzi d’una peculiarissima vena ora epico-maestosa (la traccia d’apertura “Fareweel farewell, thou wedding-guest”, che riprende l’epilogo della Ballata), ora dolente, altrove delicatamente melancolica (“The bay is white in silent light” è pregna dell’umore dolciastro del commiato, strappato sulla sabbia umida di nebbia mattutina e fra l’aroma intenso di fasciame bagnato e musco marcito). Troppo semplice sarebbe catalogare frettolosamente il presente dischetto quale progetto parallelo alla casa madre Ataraxia, si cadrebbe in esiziale errore. Quando due personalità di così elevato spessore riescono a fondere le reciproche inclinazioni con tale intensità, ogni paragone, anche il più ovvio, sarebbe fuorviante. Tanti gli episodi, oltre a quelli citati, che meriterebbero nota. La title-track, ad esempio, davvero sorprendente nella sua magniloquenza, esalta il naturale talento di Vittorio, il quale si esibisce in un chitarrismo a tratti sostenuto, con toni che lambiscono una intensa pomposità. Pronta poi a stemperarsi nella più intima “Whisper o’er the sea”, e davvero par d’udire il delicato sussurrìo d’una arcana creatura marina disperdersi nella bruma. “The death-fire danced at night” prelude ad uno dei picchi dell’opus, l’ossessiva ed obscurissima “I killed the albatross”, e non poteva essere altrimenti. L’opprimente sensazione del dramma che sta consumandosi viene resa con grande maestria, Vittorio e Francesca si superano in un pezzo intensissimo, tanto da renderne difficoltosa la descrizione. “God save thee, ancient Mariner!/From the fiends, that plague thee thus!/Why look’st thou so?’/With my croos-bow I shot the Albatross.”… Così recita Coleridge. I compagni inveiscono contro il vecchio marinaio, che vigliaccamente ha ucciso l’uccello portatore di buona sorte. Ma presto si rendono complici dell’orrido gesto, giustificandolo… Ma la vendetta dell’alato albatro non si farà attendere. “For the sky and the sea and the sea and the sky!” è disperata, è l’accetazione del giudizio. Il vecchio marinaio porterà al collo il cadavere del volatile, la Morte accompagnerà ora il vascello. E’ un susseguirsi d’emozioni. Come definirsi altrimenti la commovente “The moment I could pray”? Impossibile rimanere insensibili dinanzi tale capolavoro. “Singeth a quiet tune” concede tregua la nostro animo confuso dalle lagrime, “Sails in the sun” chiude il disco, abbandonandoci sulla spiaggia festonata di alghe ed ingombra di rottami, a mirar lo sterminato orizzonte reso tremolante da un velo di foschia. “Addio! Addio!” fa il vecchio marinaio ai tre ospiti del banchetto nuziale, ai quali s’era rivolto a narrar la sua dannazione, quale espiazione pel peccato che recava seco. “Meglio prega colui che meglio ama/Tutte le cose, le piccole e le grandi/Chè il buon Dio che ci ama/Tutte le fece e tutte le ama”.

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