Magnifiqat: Il più antico dei giorni

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Ver Sacrum Alberga ancor nitido nel mio animo il ricordo dell’ottimo “The treasures arcane”, debut CD dei milanesi Crown Of Autumn e dell’Elnor Productions, opra elegantissima risalente or mai al 1997 e caratterizzata da una particolare cura grafica (la copertina recava impressa una medaglia bronzea del Pisanello raffigurante Gianfrancesco Gonzaga) oltre che da una musica epica, drammatica, ove il metal estremo andava a mediarsi con sonorità medievaleggianti, il tutto sfociante in tracce potenti e drammatiche. Fu un onore allora trasmettere quel disco nel corso del programma radio del quale sono titolare, conscio che tali manifestazioni di bravura sovente non raccolgono gli onori che meritano. Le cifre stilistiche che marchiavano quei lontani inni in parte li ritroviamo nei Magnifiqat, progetto che vede la partecipazione di Emanuele Rastelli (l’Orion dei Crown Of Autumn) e di Mattia Stancioiu, noto percussionista dei Labyrinth, ai quali s’affianca il bassista Massimiliano Biganzoli. Siamo al cospetto di un lavoro di assoluto pregio, ove il ragguardevole lignaggio dei nostri trova valido sostegno negli altri musici che li accompagnano, fra i quali non posso non citare le voci muliebri del soprano Francesca Cavalleri e di Barbara Schera Vanoli. La presenza di flauto traverso, di violino e di violoncello intarsiano d’oro purissimo questi arcani canti, attribuendo loro un peculiarissimo pathos. “Dalla bocca dell’inverno” ed “All’imbrunire” s’aprono ai nostri cuori, facendoli palpitare tanto è l’impegno profuso dai nostri Mastri Musici. “La neve cade rossa/come petali di rosa dalla bocca dell’Inverno/sulle lame delle nostre spade/ungendo questo acciaio gelido”, questa è epica, dinanzi alla quale non ci resta che chinare il capo in deferente omaggio. “Diadema” ci accoglie a Corte, è cerimonia mesta ed austerissima, “Anastasis” è canto di Morte, levato nella polve impastata dal sangue fra le froge frementi dei destreri madidi di sudore pella carica che s’è appena spenta, “Il canto della pietra” è il lamento funebre che c’accomiata dai nostri fratelli periti in battaglia, cogli stendardi strappati appena mossi dalla brezza serotina che reca alle nostre nari dolenti il lezzo pungente delle viscere dilaniate dal ferro temprato. “Ninfea” è la gioia pello scampato pericolo, è il rifugio dell’animo terrorizzato, riparo pelle membra stanche, finalmente liberate dalle armature peste. La title-track è la speme che rinasce fortificando l’animo, “Dune” ci ricorda quanto caduca sia la humana vicenda, e quanto vana sia la Gloria. Soltanto polvere! “L’ora senza fine” è l’umbratile commiato da questo capolavoro, è il ritorno alla presente epoca, è il rimpianto pel Tempo trascorso lontano da noi, come granelli di sabbia fuggiti dalle dita in vano strette. E’ l’ineluttabilità del Fato che si compie, ma che almento ci concede una Grazia. Quella di poter riandare all’ascolto di questo immaginifico “Il più antico dei giorni”, di questo cerchietto argentato così freddo nella sua contemporanea veste tecnologica, ma così caldo nel suo recondito contenuto. A noi la gioia di andare alla ricerca della sua grandezza, e di potercene beare. Concludo segnalando doverosamente l’artwork, ancora una volta semplicemente spettacolare. Amen!

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