Underfloor: Underfloor

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Sorprendente! Amici lettori, ci troviamo al cospetto di un Signor album (con la S maiuscola, si badi), suonato e prodotto divinamente, un disco di statura internazionale eppure… pubblicato da questi tre baldi ragazzi in proprio, senza l’ausilio di alcuna label (d’altronde impegnatissime nella ricerca della next-big-thing capace di trasformarsi in una colata di euro o di gruppi inclini a coltivare più l’immagine che la sostanza…)! Chiedo venia per lo sfogo. Underfloor. Provenienza: Firenze, la culla della wave italica (e non per nulla il bassista Guido Melis ha fatto parte dei Diaframma) la città che tante soddisfazioni ci concesse. Cantano in italiano; un difetto? Macchè, un pregio assoluto, considerato che l’apparato lirico è parte fondante del progetto. Finalmente dei testi intelligenti, non frasi gettate a casaccio, tanto per trovare una rima… Verbi che scorrono fluidi su trame godibilissime eppur non facili, ove emergono riferimenti a certo nuovo rock colto albionico (i Radiohead vengono citati esplicitamente), velatamente oscure, certamente umbratili. La bella voce di Matteo Urro esalta queste composizioni che vanno a sfiorare con grazia le più recondite corde del nostro intimo sentire, provocando nell’ascoltatore un piacevolissimo senso di quieto abbandono. Non temono il confronto con distanze impegnative, come dimostrano gli otto minuti scarsi di “Improvviso”, song incapace d’annoiare, da ascoltare con aperto sulle ginocchia il booklet, onde seguirne i versi, accompagnati dall’incedere delle chitarre e dal pulsare di basso (in bella evidenza, a dare nerbo alla traccia, come quello di Mick Karn in certe sublimi schegge lasciateci dai Japan) e batteria (suonata con grande perizia da Lorenzo Desiati), sfociante in un ammaliante finale cosmico, o come in “Rubami il sonno” (“Spesso mi dimentico/la casualità della vita/dovrei ricordarmelo/ogni volta che mi muore il cuore…), magma d’emozioni che piacerà a Cristiano Godano. E’ davvero un gran disco, “Underfloor”, col quale ho da subito stabilito una singolare affinità, tanto che, mentre stavo ascoltando l’opener “Nevica”, fioccava davvero, ed il paesaggio attorno, visto dalla finestra, appariva spettralmente sfocato da una autentica bufera! Il ritmo sa impennarsi, come in “Non so correre”, senza che mai appaia forzato, perchè il gruppo è dotato di gran nerbo, ma la poesia mai viene offuscata dal furore elettrico (come nella nervosa “Consapevoli”). Delicati ma anche decisi, gli Underfloor citano il meglio prodotto in questi anni nel nebuloso universo della musica alterna, senza lasciarsi ingabbiare in alcunchè di predefinito. E’ come se il grunge non si fosse ripiegato su se stesso auto-citandosi fino allo sfinimento (l’incipit della finale “Le cose più belle” è una dedica alla migliore Seattle, intesa come scena, se mai ce ne è stata una!), o se i Coldplay non si fossero lasciati abbagliare dalle luci dello stardom (ma voglio accennare pure a Katatonia e, perchè no, a Novembre e Klimt 1918): ma gli Underfloor sono a tal punto sicuri delle proprie qualità, che citare riferimenti risulta esercizio sterile. “Stancano le ore disperse/a correre cercando risposte/Scorrono uguali i giorni/e sembrano sbiadire nel tempo…”. E certamente il tempo non deve lasciar scolorire questo piccolo capolavoro.

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