Hekate: Goddess

0
Condividi:

Ver Sacrum Dopo aver letto alcune recensioni entusiastiche di questo nuovo lavoro degli Hekate, mi sono avvicinato ad esso con notevole curiosità e aspettativa; il mio rapporto con il gruppo teutonico è sempre stato caratterizzato da una certa perplessità: da un lato alcuni dei loro brani erano molto belli, potenti e percussivi come in pochi altri casi; mi aveva anche colpito la loro esibizione live a Lipsia, insieme ad Andrea “Nebel” Haugen (Aghast, Hagalaz Runedance e Nebelhexe). D’altra parte, alcuni loro brani o interi lavori (ad esempio Sonnentanz) mi lasciavano alquanto perplesso, cercando di sposare (con scarso successo, a mio giudizio) strutture che, nelle intenzioni, volevano essere avanguardistiche con forti strizzatine d’occhio a melodie fin troppo orecchiabili. Immaginavo quindi che Goddess potesse essere il disco della piena maturità e che il gruppo avesse trovato un proprio equilibrio: dopo diversi ascolti, devo dire che non sono riuscito a trovare, in quest’opera, segni sufficientemente distintivi da spingermi a cambiare idea sulle doti degli Hekate i quali, pur avendo composto un prodotto tutto sommato gradevole, non sono riusciti a mio giudizio ad entrare nell’empireo dei grandi gruppi del genere. Le due anime del gruppo risultano ancora troppo poco amalgamante: la spinta percussiva/neofolk da un lato e l’anima melodica/ethereal dall’altra sono poco coese, mentre i riferimenti a forme e melodie della musica antica sono solo accennati e rimangono, come crisalidi, intrappolati nel loro bozzolo di seta. I riferimenti principali che mi sembra di aver carpito sono quelli dello stile Hyperium anni ’90: in qualche modo certe forme mi riportano alla mente i disciolti Chandeen in versione leggermente meno pop e con forti influenze di neofolk teutonico (“Montségur”, “Barbarossa”, ; a tratti, mi sono tornati alla mente gli Aurora Sutra dei primi due dischi, grazie alla inserzioni elettroniche leggere o alla forma quasi recitativa delle voci (“Flammenlied”, “Lord of Heaven”, caratterizzata dalla lirica tratta dai “Testi delle Piramidi”, che conoscevo grazie elle splendida opera Akhnaten di Philip Glass, “Europa”). In alcuni casi l’elettronica diventa anche leggermente ingombrante e banalotta, come nel caso di “Dance of Taurus”. Nel complesso un lavoro non spiacevole ma da cui mi aspettavo molto di più e, soprattutto, che speravo essere molto più personale.

TagsHekate
Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.