Mercy

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Quale migliore occasione, quella offertaci dalla pubblicazione di Et in Arcadia ego, per sottoporre al buon Mercy alcuni quesiti riguardanti Zess, Malombra, progetti trascorsi e futuri? Giusto ribadire che il citato albo rappresenta davvero un arcano gioiello di incorrotto dark/doom, come da noi a gran forza evidenziato in sede di recensione, e non mera opera di commercial riesumazione. Andiamo dunque ad incominciar questa virtuale chiacchierata.

Mercy

Mercy

Mercy, prendo spunto dallo spettacolare Et in Arcadia ego. Sarebbe stato delittuoso lasciarlo giacere nella tenebra, essendo certo uno dei migliori dischi di dark/doom, in assoluto, che mai abbia avuto la sorte di ascoltare!

Che il disco abbia incontrato fino a tal punto il tuo gusto non può che rallegrarmi, ma sinceramente non mi sentirei di definirlo come tale caposaldo. Si tratta di qualcosa che, in quei giorni un po’ pazzoidi, ebbe una genesi molto spontanea, risultante dal crocevia tra alcune personalità, povere di esperienza, ma, evidentemente, già molto caratterizzate. A riascoltarlo oggi ci si può rendere conto di alcune grosse ingenuità, ma non ci sono dubbi che, in quanto a spirito, temeva ben pochi confronti. All’epoca, come del resto in seguito, mancò del tutto la guida di qualche collaboratore o consulente esterno di consumata perizia, qualcuno che ci consigliasse professionalmente. Tuttavia mi pare sia invecchiato molto bene. Alcune cose coeve che, allora, suscitarono entusiasmo, oggi suonano a dir poco imbarazzanti. Certo, questo disco è rimasto consegnato al tempo nella sua forma grezza, ma, forse, è meglio così.

Quali oscure tematiche vengono affrontate nello svolgimento dei brani? Sono fra loro legati da un percorso comune, anche solo in parte?

Un filo doveva esserci, ma non sono certo di ricordarlo molto bene. Sicuramente non nell’ottica del concept, formula stilistica da decenni deprecata, ma che a me è sempre stata molto cara. In quel caso il filo doveva essere costituito da una certa frenesia che ci aveva colto in quel periodo: quella del recupero di suggestioni oscure secondo un’ottica che oggi definiremmo vintage. Da questo punto di vista il principale colpevole era il sottoscritto. Tieni conto che, come molti, venivo fuori dall’ambiente wave-dark, ma verso l’87 le cose si erano fatte molto pacchiane, grassocce e sterili in quell’ambito. E questo, nota bene, nella ferrea convinzione di essere “stilose”. Se si eccettuano alcuni rami paralleli di stampo esoterico-apocalittico c’era ben poco di affascinante in giro. Facile, dunque, innamorarsi della musica e della cinematografia dei primi ’70, sempre a sfondo oscuro, che, se non altro, non soggiaceva a nessun minimalismo ficoso del cazzo, poteva contare su un’iconografia sensazionale e si poteva approcciare con un certo tipo di attitudine. Quella stessa che qualche anno dopo avrebbe fulminato sulla strada del trovarobato trash un buon numero di quei ficosi di cui sopra. I brani sono dunque altrettanti omaggi all’immaginario nero dei primissimi ’70, stemperati però da riflessioni e aneddotiche di carattere personale.

Chi custodiva questi nastri benedetti, e come mai solo ora ti sei deciso a renderli pubblici?

Guarda, fino al 2001 sono vissuto nella convinzione che di quei nastri non fosse rimasto più nulla. Anche perché così mi era stato detto. Siamo su un terreno minato perché la cosa ha a che vedere con la vicenda personale di uno di noi. Diciamo che per molti anni, uno dei principali soggetti coinvolti in Zess condusse uno stile di vita diametralmente opposto a quello che aveva contribuito a creare le condizioni per l’esistenza di una band simile. Questo avvenne in seguito a una sorta di folgorazione alla quale, senza ombra di dubbio, l’incontro con una certa persona aveva dato luogo. In pratica non solo il gruppo si sciolse da un giorno all’altro, ma questi nastri risultavano dapprima posti sotto veto (anche perché era stato lui ad accollarsi il grosso delle spese, visto che era l’unico a guadagnare bene), poi addirittura distrutti. Non hai idea di come certe strutture religiose riescano a lavare il cervello dei convertiti… Tuttavia la cosa ha avuto un tardivo lieto fine perché, da qualche anno, questa persona si è chiamata fuori. Adesso si occupa di altre forme espressive ed è pure molto bravo, ma rincontrandolo, non solo mi confidò che, per quanto malandati, i nastri esistevano ancora, ma mi chiese se non ci fosse modo di pubblicarli, magari in CDR e in poche copie…

I pezzi sono stati ritoccati, oppure suonano esattamente come all’epoca vennero registrati?

Ti sembrano domande da fare a un musicista?… A me sì! Anche se assai raramente i musicisti sono sinceri quando i discorsi prendono questa piega. Ma non è il mio caso, infatti non mi costa nulla ammettere che, al di là del generico lavoro di pulizia e mastering, si è reso necessario risuonare quasi completamente la batteria, perché le piste della vecchia sessione erano troppo deteriorate per poterle recuperare nei limiti della decenza.

Ritengo questo disco, nel suo complesso, almeno alla pari col primo Malombra, segno che già all’epoca eravate sufficientemente maturi. A chi vi ispiravate, ascoltandolo emerge una grande attenzione per il doom, quello più autarchico e genuino. Lo paragonerei, come spirito, a certe opere dei St. Vitus più prossime a certo punk alla Black Flag, quelli del periodo Thirsty and miserabile per intenderci, essendo a tratti decisamente corrosivo.

Vero. Infatti facevamo anche una cover di “White Stallion” dei Vitus. Poi “Deadly Game” dei Sarcofagus (grandi finnici autori di due splendidi dischi!!! n.d.H.), “Somebody Super Like You” tratto da Il Fantasma Del Palcoscenico di Brian De Palma. Sempre dalla colonna sonora di Phantom traemmo ispirazione per “Requiem For…”, ma giocammo di citazionismo incrociato riportando anche una frase del Rocky Horror Picture Show. Come vedi eravamo metallari (perché così fummo percepiti) tutto sommato abbastanza anomali. Ricordo che si ascoltavano indifferentemente Mercyful Fate e Death In June, Paul Chain e Marc Almond, i Sabbath e i Roxy Music. Quando uscì Into The Pandemonium dei Celtic Frost ci colpì come un maglio. Avevo iniziato a cercare i vecchi dischi di Dark Sound anni ’70: una miniera di gemme, una più strana dell’altra. Poi c’era certo plumbeo punk alla Amebix, T.S.O.L…. Folk nerissimo come i Malicorne… Ce ne fregavamo di tutto quello che era obbligatorio ascoltare o non ascoltare, ce ne fregavamo di vestirci in un modo piuttosto che nell’altro. Fumavamo un sacco di canne in sala prove e, certe sere, ci si perdeva ad ascoltare musica e si dimenticava che eravamo lì per provare. Altre tiravamo fuori tre pezzi nuovi e finiti in una sola prova.

Cosa ha significato per te l’esperienza maturata con Zess, come uomo e come musicista? E’ stato certo un buon viatico per i successivi progetti che ti hanno poscia in prima persona coinvolto.

Forse avrei fatto meglio a mantenere di più l’attitudine Zess anche nei progetti successivi. Ma non voglio correre il rischio di dare delle valutazioni viziate dall’inevitabile nostalgia che ci coglie ripensando alla giovinezza, alla spensieratezza che, solitamente, è la vera cifra di tanto apparente maledettismo di maniera così tipico dei ragazzi. Almeno allora, adesso non so… Sia quello che sia, l’esperienza Zess è stata uno dei periodi più intensi e speculativi della mia esistenza.

A quali tracce di Et in Arcadia ego ti senti maggiormente legato? Io personalmente, se mi permetti, sono rimasto stregato dalla potenza nichilista di “Black Arcadia” e dalla maligna “Bodysnatchers” (mi limito a citarne solamente due per non rendere la presente uno sterile elenco!).

In verità “Black Arcadia” nacque in seguito a un sogno erotico che aveva una sorta di ambientazione attica-arcaica. Nel sogno consumavo un amplesso davvero ferino con una donna sacra, sapiente e pericolosa. C’era una montagna ricca di ferro e dall’inusitato potenziale magnetico che attirava le folgori, santuari scavati nella roccia… C’erano ginestre e campanule scosse dal vento dell’Egeo sotto un cielo tempestoso, un seno marmoreo e i suoi piedi bellissimi nei calzari dorati… Troppa cannabis, direi, e l’influenza di alcune letture di Robert Graves che mi avevano avvinto in quel periodo… “Bodysnatchers” è un trasparente omaggio all’immaginario degli horror di marca Hammer. Solo che ai personaggi incarnati dalla coppia Lugosi-Karloff avevo sostituito due differenti figure. Lui è un dormiente che viene visitato dallo spettro della morosa defunta. Essa non ha pace dacché i saccheggiatori di tombe hanno smembrato la sua salma per rivenderne le parti a vari medici (che vengono citati per nome e indirizzo nel testo) con tanto di entragni dati ai gatti del vicolo. Nel finale l’anima in pena si avvede che il suo dito, con annesso anello di fidanzamento, si trova sul comodino dell’inconsolabile… Evidentemente il suo eterno amore non aveva esitato ad accordarsi con i saccheggiatori: roba che sarebbe stata bene nel repertorio di Paul Roland! A quel tempo mi era molto cara anche “Revenants Of War”: ero reduce da un periodo pessimo passato nell’esercito e quel pezzo manifestava il mio conseguente, viscerale, anti-militarismo.

Trovo “Requiem for the human beast” addirittura superiore alla versione apparsa poi su Our lady of the bones dei Malombra. Magari più grezza, ma assolutamente “cattiva”!

Concordo. Questa è “the real thing”. La versione Malombra già doveva fare i conti con le divergenze di gusti interni alla band. Comunque trovo che anche così fosse uno dei momenti migliori di Our Lady… , avendo cura di considerare che, oggi, non amo granché quel disco.

Anche l’artwork di Et in Arcadia ego è particolarmente efficace, per quanto severo. Ancora una volta, arte intesa come misura, come sentimento, non come inane orpello!

Ed è corrispondente in tutto e per tutto a come avevamo all’epoca progettato l’eventuale copertina. Ora, non so se ricordi che indescrivibili fetecchie erano le copertine anni ’80, specie quelle hard’n’heavy (concordo! n.d.H.), anche se quest’ultimo filone non è che abbia affinato poi di molto i propri criteri estetici a tutt’oggi (ri-concordo! n.d.H.). Ci eravamo ispirati ad alcune cose: la cover di Detaching From Satan di Paul Chain, a un gimmick dei Rosemary’s Baby che avevano tappezzato di manifesti pseudo-funerari i muri di Verona, alla cover di un oscuro gruppo 70’s denominato CWT e che era una vera bomba. Volevamo qualcosa che fosse allo stesso tempo meditativo e minaccioso. All’epoca del Romanticismo, i giovani che posavano da Werther si recavano nei crepuscoli autunnali in vecchi cimiteri “a meditare”. Volevamo agganciare quel tipo di mood e coniugarlo con l’attitudine cannabinoica del dark anni ’70! Insomma, un calderone, ma, di certo, non peggio o più ridicolo di altri che vennero in seguito.

Intendi portare Zess in tour, magari solo per qualche concerto?

Sarebbe impossibile. Di tutta la gente allora coinvolta solo Diego Banchero suona ancora ed è il mio socio in Malombra e S.D.C. Ma non escludo di riportare on stage Malombra con anche pezzi di Zess in scaletta.

Una curiosità: un paio di lustri or sono venne pubblicato un brano a titolo “Officium Tenebrarum” su d’una raccolta compilata dalla Underground Symphony: che fine ha fatto?

In quel caso la cosa era una stranezza di studio. Infatti, se fai attenzione, quel pezzo è la risultante di tre diverse sessioni incollate assieme. Erano dei non finiti derivati dalle sedute di Zess che ripresi in mano e assemblai con l’aiuto di Fabio Casanova che suonò anche tutte le tastiere in aggiunta. In pratica era la nascita di Malombra anche se, allora, non avevamo ancora idea di fondare un nuovo soggetto. Credo che il pezzo sia tutt’ora di proprietà dei tipi di U. S.

Per quanto concerne altri tuoi progetti, vi saranno sviluppi per Helden Rune e per Il Segno del Comando?

Il Segno sta per tornare, ma non anticipo nulla perché fa parte delle caratteristiche di quel progetto licenziare le sue emissioni senza alcun preavviso o anticipazione. Helden è archiviato, ma da quell’esperienza si è originata una nuova identità, anche se molto dissimile, che non mancherà di far parlare di sé visti anche i personaggi coinvolti…

E per i Malombra? The dissolution age, pur eccellente, non ha ricevuto i riconoscimenti che gli spettavano. Un disco decadente, dall’eleganza austera, forse proprio per questo troppo difficile per il pubblico contemporaneo.

Non saprei. Quel disco soffre di alcuni problemi. E’ di concezione moderna, ma la produzione non regge il confronto con gli standard qualitativi dell’epoca. I pezzi, al momento dell’uscita, erano già vecchi di tre/quattro anni, ergo, se tutti non se la fossero menata a sangue per mesate intere, avremmo anticipato largamente un certo sound che, quando finalmente il disco uscì, era già stra-abusato. Inoltre, se la mia scrittura era più art-rock decadente che mai, gli arrangiamenti scivolavano troppo spesso in una dimensione power che creava un ibrido che io stesso, oggi, fatico a digerire. Tuttavia, nello stesso periodo, è stata incensata gente che non è in grado di scrivere neanche un decimo di quanto abbiamo fatto noi, mentre a Malombra toccò una sostanziale indifferenza grazie anche a una campagna di linciaggio on line scatenata da alcuni personaggi per ragioni chiare solo a loro. Se lo stesso materiale fosse stato suonato ed edito da quattro diciottenni con le faccine carine e un po’ finto-tossiche tutti avrebbero ululato alla nascita di nuovi geni. Vabbé… Comunque Malombra non è finita e parecchia gente dovrà farsene una ragione.

Pure dal vivo, vi siete esibiti ben poche volte. Situazione cagionata probabilmente dal vostro non appartenere ad un filone, ad una corrente, ad una becera moda.

Più che altro perché non ci stiamo a sottostare alla regola che vuole una cover band che fa pezzi di Vasco e Ligabue pagata 3-4.000 euro a sera e band che fanno musica propria e hanno in carniere una discografia dover elemosinare un rimborso per la benzina, quando non venga richiesto di contribuire di tasca alle spese. Mi dispiace, ma se così stanno le cose io sto benissimo a casa mia.

Certamente in futuro risentiremo parlare di te. Al momento, stai collaborando con altri musicisti?

E come no? Sto collaborando con Argento e Azoth di Spite Extreme Wing, con il solito Francesco La Rosa, con la writer Stefania D’Alterio, già con i Wagooba, più altri musicisti di formazione accademica in un progetto denominato IANVA. Abbiamo appena licenziato un mini CD apripista e, tra breve, sarà la volta del full. Si tratta di un concept molto particolare, qualcosa che non è facile sintetizzare in questa sede. Risente comunque di una certa musica d’autore che dovrebbe costituire il fondamento storico di certo, attuale, folk noir, ma che, stando a quanto si sente in giro, tutti citano, ma ben pochi dimostrano di aver assimilato a fondo. Per chi ne vuole sapere di più rimando al nostro sito che è anche quello della minilabel creata appositamente per supportare il progetto nonché tutte le mie operazioni future (http://www.illevriero.it).

Quale significato assume per te la composizione? E’ uno sfogo, un momento di riflessione su chi/cosa ti sta accanto? Quanto gli eventi che quotidianamente si susseguono incidono sul tuo essere artista? Si può rimanere indifferenti al bombardamento di notizie e di immagini al quale veniamo sottoposti dai media?

Io credo che le personalità creative avvertano una sorta di compulsione, di imperativo interiore che le spinge a costruire qualcosa, quale che sia il momento storico o l’assetto sociale nel quale si trovino a trascorrere la loro esistenza. Ritengo si tratti di una questione principalmente temperamentale e solo in seconda istanza, e neppure sempre, reattiva. Uomini rimasti per sempre ignoti hanno creato, fin dalla preistoria, fin da quando, cioè, il cervello umano non era, probabilmente, neppure in grado di padroneggiare compiutamente il concetto di “Arte”, elaborati di stupefacente bellezza. Non avevano torto i cubisti nell’intravedere nell’arte primitiva o in quella di popoli di interesse etnologico, l’afflato primario, modulare di una creatività non sovrastrutturale. Per lunghissimi secoli le arti non sono state l’espressione di un disagio, ma la manifestazione alta di un soggetto-uomo rispetto a un cosmo che veniva percepito come sostanzialmente immutabile. Le società concorrevano nella loro misura unitaria, ma non vi era tecnicamente il bisogno di fornire degli orientamenti. Se nel ‘900 pensatori come Luckasz hanno ritenuto che la cattedrale di Reims o la Divina Commedia fossero semplici sovrastrutture in una dinamica di lotta di classe, non si spiega come mai per tenere avvinte al loro ruolo subalterno le masse illetterate di allora fosse necessario produrre capolavori mentre oggi, nell’epoca della scolarizzazione generalizzata, bastano quattro culi in TV. L’arte può sussistere anche in assenza di riflessione organica, io rifletto molto in quanto non abbastanza artista.

Cosa significa per te “Arcadia”? Un luogo ideale ove coltivare lo spirito, o è qualcosa di più reale?

Non si tratta di Arcadia nella sua accezione barocca, dove le arti si fanno pura efflorescenza stilistica e dove i moti dello spirito sono un raffinato passatempo per privilegiati braccati dal tedio. L’Arcadia a cui facevamo riferimento è una sorta di altrove arcaico dove, alla luce accecante quale manifestazione di forze vitali travolgenti, si contrappone una tenebra abissale quale ricettacolo dell’inevitabile controparte mortifera. Un luogo e un tempo di passioni sanguigne, ma anche di innate saggezze. Un mondo ancora giovane dove è l’armonia del tutto ad orientare i comportamenti umani e non il contrario. Un mondo talvolta oscuro e violento, ma anche generoso di luce e di doni, dove le arti sono compagne di strada di un tipo d’uomo che è esso stesso un’opera d’arte.

C’è qualche musicista/gruppo o disco fra quelli di più recente pubblicazione che hanno suscitato il tuo interesse?

Ti dirò, sono talmente occupato a scavare nel passato per riportare alla luce sempre nuovi gioielli che mi rimane davvero poco tempo per ricercare anche delle significative novità. Per quanto certe cose attuali mi convincano lì per lì, finisce sempre che mi avvedo che la loro quota di interesse risiede nel fatto che mi rammentano qualcosa di molto vecchio. Non mi dispiace certa roba elettronica che senti nei locali perché è perfetta per la sua fruizione effimera, ma so che non avrà di certo lo stesso destino di certa discomusic anni ’70, per esempio, che, pur essendo nata con lo stesso scopo, a distanza di quasi trent’anni continua a essere ricordata, citata, campionata, rubacchiata etc. Allo stesso modo credo che gli attuali gruppi di dark-metal o neo-deathrock non possano reggere neppure lontanamente il confronto con i loro moduli originari. Noi compresi, per carità…Mi piacciono alcuni neo-acustici inglesi che pare abbiano assimilato molto bene le lezione di Nick Drake e Scott Walker, così come mi erano garbati gli Air in quanto discepoli gainsbourghiani. Alcuni soggetti del neo-folk come gli Orplid, i Forseti si sono dimostrati capaci di tirare fuori dei gran bei dischi, ma adesso sarebbe il momento di andare, come diceva D’Annunzio, “più in alto e più oltre”.

Quanto è cambiato nel corso di questi anni segnati da tanto impegno creativo l’uomo Mercy? C’è un episodio (o più di uno) che ti ha particolarmente segnato?

Non saprei. Le cose che mi hanno segnato riguardano principalmente la mia vita personale e sono cose che, presto o tardi, toccano a tutti. Solo che l’aver giocato tanto ossessivamente, nel mio passato, con suggestioni luttuose deve avermi reso, per forza di cose, assai più vulnerabile della media rispetto a certi eventi che, ripeto, sono corollario inevitabile della condizione umana. Con il senno di oggi direi che, tanto trovo irritanti certi ridicoli dark-poser dal cervello di gallina, tanto mi sento di sconsigliare coloro che possiedono una sensibilità più profonda di lasciarsi troppo avvincere da quello che ascoltano o che leggono. Il senso critico deve sempre essere lì a portata di mano, è davvero l’unica cosa che può fortificarci, renderci più liberi e, perché no, consentirci di fruire delle cose che ci affascinano senza fare di noi dei fanatici o dei maniacali.

A sigillo di questa intervista, ti pregherei di porre qualche tua finale considerazione.

La mia considerazione non può che essere una. Questa scena si dovrebbe reggere sulla cooperazione: di noi musicisti, di voi cronisti, dei pochi, ma volenterosi organizzatori etc… Pensare a sbocchi professionali, a conseguire profitti, a occupare spazi mediatici e commerciali è solo una pura e semplice illusione. Per questo non mi spiego certe lotte di fazione, certe avversioni viscerali, certi odii che traspaiono con conseguenti prassi di colpi bassi, insulti anonimi, minacce di ritorsioni, di boicottaggi, di doppi e tripli giochi… Mi chiedo a chi giovi tutto questo e perché, se i livelli di malevolenza hanno raggiunto un tale punto di non ritorno, nelle occasioni sociali quasi tutti passano il tempo a sorridersi e complimentarsi l’un l’altro. Mi pare che tutti, oggi come oggi, dovrebbero avere ben altre faccende a cui badare. E poi certi ideologismi residuali che saltano fuori dall’una e dall’altra parte… mai viste tante banalizzazioni, tanto imbarazzante pressappochismo, tanta rigidità basata sul nulla… insomma, non siamo a un bel punto. Mi auguro che cambi, ma non ci credo neanche un poco. Mal che vada saremo invecchiati tutti in mezzo a consimili cazzate.

Ringrazio te e Ver Sacrum per lo spazio che mi avete accordato.

Mercy uomo ed artista. Sincero, diretto. Dotato di quella interior forza che solo chi crede fermamente nelle proprie idee, ma sa pure mettersi in discussione, conosce. Parole che sono dotate di proprio peso specifico. Perchè sincere.

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