Klimt 1918: Dopoguerra

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Ver Sacrum Tornano i miei beniamini Klimt 1918, freschi di nuovo contratto con la prestigiosa Prophecy e con un disco che ne conferma il grande valore. Amai alla follia il loro demo “Secession makes post modern music”, romantico e decadente, e se fosse stato un vinile, l’esordio ufficiale “Undressed momento” sarebbe ora inascoltabile, a tal punto l’avrei certamente usurato… Ed ora “Dopoguerra”. Confesso i miei timori, allorquando m’apprestai a premere il fatidico tastino play, la paura humanissima di subire una delusione, tanto m’attendevo da questo cerchietto argentato, era troppa ed intollerabile. Desideravo semplicemente provare ancora una volta quella gioia genuina, generata dall’ascolto di bei brani, confacenti al mio spirito, aderenti al mio gusto. Dubbi fugati. E’ pur vero che “Dopoguerra” non osa nulla, poggiando su d’una formula consolidata ma assolutamente efficace che viene rigorosamente proposta lungo tutta la sua durata. Un sound fedele agli anni ottanta, ma attualissimo, grintoso e potente, ove riferimenti agli U2, quelli migliori, i più ispirati (“They were wed by the sea”), ma pure a tanti insiemi ritenuti a torto minori (A flock of seagulls, ma anche i Magazine più autoindulgenti o gli Psychedelic Furs degli inizi) fanno da colonna portante a tracce ove melodia e fisicità si fondono in un melange convincentissimo (“Sleepwalk in Rome”). Il tema è dichiarato dal titolo e dalla breve intro untitled. Indi un susseguirsi di chitarre audaci, con una sezione ritmica solidissima a dettare il percorso ed un cantato efficacissimo. Ecco, questo è il disco della maturità, il vero punto di partenza della carriera del gruppo. Sul quale basare le proprie fortune future. Meritate, considerando che nulla i nostri hanno da invidiare a troppe iperpompate produzioni straniere. E certo non posso venir accusato di sciovinismo, se lo affermo a gran voce! Perchè la triste “Snow of ’85”, con i suoi ulteriori rimandi agli eighties e le sue travolgenti linee di chitarra, o la nervosa “Rachel” meritano davvero un giudizio sereno ed imparziale. “Nightdriver” è umbratile e darkeggiante e distende le sue movenze di ballad elettrica celando un aroma dolciastro sospeso tra commozione e melancolia. La epica e ridondante title-track merita il suo grado, racchiudendo nei suoi quattro minuti scarsi il senso definitivo di questo disco. Che forse non tutti apprezzeranno, sopra tutto se modernisti convinti, ma coloro che si accontentano di genuine emozioni certamente faranno proprio, e lo custodiranno gelosamente come una vecchia fotografia ingiallita…

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