Nine Inch Nails

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Il pubblico allo Zénith

Il pubblico allo Zénith © Ver Sacrum

Chi visita abitualmente questo sito avrà ormai capito che per i Nine Inch Nails nutro una vera e propria venerazione. Non potevo quindi perdermi una delle date europee del nuovo tour di Trent Reznor che ha mietuto sold-out ovunque e con largo anticipo ma che, tanto per cambiare, non ha toccato gli italici lidi. A Parigi (che “val bene una messa”, figuriamoci un concerto dei NIN…) lo spettacolo si svolge allo Zénith, un posto piuttosto conosciuto anche all’estero e dove vengono sempre fatti dei concerti medio-grandi. Mi aspettavo quindi un bello spazio e sono quindi rimasto un po’ deluso nel constatare che si tratta di un semplice teatro tenda, sebbene molto grande tanto da ospitare oltre 6.000 persone. La delusione si è trasformata in panico appena messo piede dentro l’arena dei concerti dove non era presente alcun sistema di aerazione: dopo una giornata di caldo intensissimo la temperatura all’interno della struttura era altissima tanto da far spogliare un po’ tutti i presenti per trovare un po’ di sollievo. Davvero una situazione vergognosa per vedere dei concerti che mai in Italia mi è capitato di subire (e con questo ho detto tutto…).

Troviamo un posto un po’ di “rapina” sulle scale che portano in platea, da cui abbiamo un’ottima visuale del palco (che non si direbbe dalle foto che qui compaiono…). Puntualissimo comincia il concerto dei Dresden Dolls: per chi non li conosce si tratta di un bizzarrissimo duo americano composto da Amanda Palmer al piano e alla voce e Brian Viglione alla batteria e alla chitarra. Fanno uno stranissimo miscuglio tra cabaret e new-wave di avanguardia, da loro definito assai propriamente “brechtian punk cabaret”, che sinceramente su disco avevo trovato monotono e ripetitivo. Date poi le caratteristiche del gruppo mi aspettavo di assistere ad un concerto terribilmente statico, che poteva essere accolto assai male dal “vivace” pubblico dei NIN. Fortunatamente mi sono sbagliato perché i due dal vivo sono riusciti a dar vita ad uno spettacolo assai energico e convincente, che ha trascinato l’intera folla. I Dresden Dolls cominciano con “Good Day” a cui fa seguito “Coin-operated boy”, uno degli episodi migliori del loro album di debutto. A questo punto Amanda abbandona il suo piano mentre Brian lascia la batteria e abbraccia una chitarra acustica: attaccano con una bellissima versione di “Amsterdam” di Jacques Brel che viene ovviamente accolta con grandissimo calore dall’audience parigina. Il gruppo è estremamente aperto con il pubblico: i due parlano molto, presentano i brani e non mancano di criticare (cito letteralmente) George “fucking” Bush. Partono quindi con “War Pigs” una cover nientemeno che dei Black Sabbath. Segue poi un’altra canzone che non conosco e che viene interpretata da una ragazza mimo che si presenta sul palco con un vestito da sposa tutto coperto di una polvere bianca, che si diffonde tra la folla ad ogni movimento del suo corpo. Il concerto ha così termine dopo soli 6 pezzi abbastanza lunghi; la durata totale è stata di circa 40 minuti, il tempo che mi è bastato per farmi cambiare completamente idea sui Dresden Dolls e per farmi venire la voglia di riscoprire il loro album. Davvero bravi!

Dresden Dolls

Dresden Dolls allo Zénith © Ver Sacrum

Questa splendida performance è stata guastata dagli addetti alla security dello Zénith che insistevano a farci stare seduti per non guastare la visuale ai VIP in tribuna. Mentre si avvicinava il momento del concerto dei NIN ripassavo mentalmente tutti gli insulti in francese che conosco e mi tenevo pronto a vomitarli in faccia alla prima persona che mi chiedeva di stare seduto. Fortunatamente non ce n’è stato alcun bisogno perché appena sono partire le note di “Pinion” (avete presente lo strumentale che apre Broken ?) tutto il pubblico dello Zénith si è alzato in piedi, con buona pace dei VIP in tribuna.

Il gruppo compare sul palco accolto da un vero boato e appena partono le note di “Wish” nelle prime file parte un pogo scatenato (nonostante lo Zénith fosse pieno di cartelli che invitavano al pubblico a non pogare per motivi di sicurezza). Trent Reznor è accompagnato sul palco da un’ottima band che comprende Jerome Dillon alla batteria, unico superstite della precedente formazione live dei NIN, Aaron North alla chitarra, Alessandro Cortini alle tastiere e Jeordie White, alias Twiggy Ramirez (Marilyn Manson, A Perfect Circle), al basso. La formazione ha sicuramente una marcata influenza rock, che presumibilmente ha anche influenzato pesantemente la scelta dei pezzi da proporre in questo tour. La cosa all’inizio appare però un po’ troppo evidente, con il gruppo che sembra proporre delle sonorità molto dure, quasi metal, che fanno perdere in parte la natura electro alla successiva “Sin”. Anche i suoni non sembrano essere perfetti, segno che probabilmente il sound-check fatto con lo Zénith vuoto non è ormai più affidabile. La dimostrazione che qualcosa non va a livello tecnico si ha durante l’interpretazione di “Something I can never have”, il brano lento di Pretty Hate Machine. Reznor cerca di interpretarla con molto pathos quando improvvisamente si interrompe e comincia a camminare su e giù per il palco come un ossesso. Prova quindi a cantare il ritornello, si interrompe di nuovo e spacca con foga il microfono. A quel punto blocca l’esecuzione del pezzo, insulta i suoi tecnici ed esce dal palco lasciando la folla ammutolita. Fortunatamente dopo una breve interruzione il gruppo torna per un’intensissima versione di “The hand that feeds” che viene salutata con molto entusiasmo dai presenti.

Nine Inch Nails

Nine Inch Nails allo Zénith © Ver Sacrum

Da quel momento in poi il suono è stato perfetto, segno quindi che effettivamente qualcosa andava sistemato a livello tecnico. Il concerto è proseguito in modo tiratissimo per quasi due ore in cui Reznor non ha praticamente parlato mai col pubblico, limitandosi solo a ringraziare tra un brano e l’altro. Nella scaletta sono state stranamente proposte solo poche cose dall’ultimo With Teeth (oltre a “The hand…” vengono suonate “The line begins to blur”, “Love is not enough”, “Home” e “You know what you are?”) e molto spazio viene così dato agli episodi presi dall’intera discografia dei NIN. Accanto ai grandi classici del gruppo (“Terrible lie”, “Closer”, “March of the Pigs”, “Gave up”, …) sono stati suonati anche brani meno noti come “Burn” (dal soundtrack di Natural born killers), “Suck” (ghost-track di Broken, in realtà riproposta molto spesso dal vivo) e la splendida cover di “Dead Souls” dei Joy Division presa dalla colonna sonora de Il Corvo. Il gruppo si è mostrato molto affiatato e compatto, con Jeordie White stranamente defilato mentre Aaron North ha continuato ad esibirsi per tutto il tempo strapazzando in ogni modo possibile la sua chitarra, suonandola dietro la testa e spaccandola alla fine del concerto contro le casse ai lati del palco.

Dopo un’intensissima interpretazione di “The day the world went away” il gruppo lascia il palco ma torna quasi subito per i bis, inaugurati da una splendida versione di “Hurt” suonata quasi completamente dal solo Reznor al piano. Se le note malinconiche di questo pezzo avevano commosso molti dei presenti, i successivi due brani hanno riportato l’adrenalina ai massimi livelli: la chiusura infatti è stata affidata a “Starfuckers, inc.” e alla classica “Head like a hole” che entusiasmano la folla dello Zénith.

Nine Inch Nails

Nine Inch Nails allo Zénith © Ver Sacrum

Alla fine del concerto non posso che essere soddisfatto (poteva essere altrimenti, direte voi?), sebbene avrei ascoltato volentieri un numero maggiore di brani di With Teeth. Anche il pubblico intorno a me è sembrato assai contento ma d’altra parte la numerosa presenza di magliette dei NIN, alcune risalenti agli storici tour del passato, nonché di diverse persone con il logo del gruppo tatuato sul corpo, faceva capire che fra gli spettatori dello Zénith c’è era tutto lo “zoccolo duro” dei fan francesi (e non solo). La domanda che ci ponevamo un po’ tutti era: quanti anni dovremo aspettare per rivedere i NIN in Europa? E a meno che il tour corrente non abbia una coda nel 2006, magari in corrispondenza di qualche festival estivo, mi sa che l’attesa sarà davvero lunga…

Scaletta (non completamente in ordine)
Pinion
Wish
Sin
The line begins to blur
March of the pigs
Something I can never have (interrotta)
The hand that feeds
Gave up
Piggy
Reptile
Closer
Burn
Suck
Dead Souls
Terrible lie
The frail
The wretched
No, you don’t
Love is not enough
You know what you are?
Home
The day the world went away

Hurt
Starfuckers, inc.
Head like a hole

Links:

Nine Inch Nails

The Dresden Dolls

Le Zénith

Nine Inch Nails

Nine Inch Nails allo Zénith © Ver Sacrum

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