Nil: Nil Novo Sub Sole

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Ver Sacrum V’è qualcosa d’amaramente poetico ch’aleggia indistinto tra le note sofferte di “Nil novo sub sole”. Un disco innegabilmente, profondamente dark, capace di avvinghiare l’ascoltatore colle sue algenti spire senza menomamente cedere a qualsisia tentazione commerciale. Una discesa, lentissima ed inesorabile, negli abissi dello spirito. Merito dell’incredibilmente sentita interpretazione vocale della brava Roseleyne Berthet, capace di rendere con rara efficacia ogni singolo episodio dell’opera un piccolo capolavoro di epica drammaticità, come la consapevolezza dell’inesorabile declino della nostra civiltà impone. Cinque pezzi, alcuni d’una lunghezza apparentemente estenuante, come l’overture “Le gardien”, ma tutti terribilmente segnati da una grande enfasi recitativa che li rende affascinanti, morbosamente affascinanti. Crescendi vorticosi ammantano di arcano pathos queste tracce, brevi silenzi rompono la plumbea cappa che li sovrasta, ma trattasi solo di brevi tregue, di palliativi che non riescono nemmeno a scalfire l’onnipresente senso di tensione. Come per i loro conterranei Thork, altro ensemble da tenere nella giusta evidenza, i Nil non temono di volgere la prua verso il centro esatto del ribollente Lete, essendo periti traghettatori di coscienze macilenti di peccati, e lo fanno esaltando l’aspetto teatrale dei pezzi che compongono, resi vieppiù sinistramente seducenti dall’utilizzo della lingua madre, il francese. Ma non lasciatevi ingannare dalla temporanea quiete nella quale potrete imbattervi, di quando in quando. “Nil novo sub sole” è malignamente orientato verso il lato più obscuro ed occulto della nostra anima. Gli strumentisti sviluppano un’enorme mole di lavoro, finalizzata alla creazione di situazioni sonore vigorosamente incisive. Fra loro spicca il dotato tastierista Benjamin Croizy, profondo conoscitore di quel magnifico arnese ch’è il vetusto mellotron, che per l’ennesima volta qui rinasce a nuova vita e trova ulteriori pagine da vergare colla propria gloria. Scaturiscono suoni immaginifici che vorticano fra le note levantesi dalle chitarre (di David Maurin), sostenute da una sezione ritmica fantasiosa e versatile (Samuel Maurin e Frank Niebel), ed il tutto intesse le fitte trame sulle quali si distendono la voce ed i sospiri di Roseleyne. Un disco ch’è destinato a sparute ma fidelissime schiere di estimatori, perchè davvero pochi possono apprezzare appieno il verbo propuganto dai Nil. Ma vi invito ad osare, cari lettori. V’è un altro universo ch’attende d’essere esplorato. Questi musici possono indicarvi il principio della via che, poscia solinghi, dovrete compiere.

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