Thanateros: Into The Otherworld

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Ver Sacrum Una piacevole commistione fra sonorità celtiche e strutture tipicamente metal è quanto ci viene offerto in “Into the otherworld” dai teutoni Thanateros, giunti con questa alla loro terza fatica discografica, costituita da undici brani godibilissimi che ci permettono di trascorrere circa un’oretta di beata spensieratezza. Parrebbe quasi impresa improba, fondere a tal punto generi così distanti, come le melodie derivanti dalla tradizione irish e l’irruenza e la ruvidità della musica rock, specchio della nostra epoca, ma la brigata del cantante Ben Richter, gioviale intrattenitore, non evidenzia alcun patema. Ed è proprio nella riproposizione di alcuni classici traditional che i Thanateros offrono il meglio: “Siùil a rùn” è a dir poco stupefacente, unendo il peculiare sound delle Uillean pipes suonate dagli ospiti Christian Tschirch e Bernd Luedtke (della folk band irlandese Midnight Court) ai pesanti chitarroni di Karsten Kennert. Segue la scatenata “Templehouse/Drowsy Maggy” (altro pezzo appartenente alla gloria musicale del Trifoglio), la quale induce a lanciarsi in danze sfrenate e briose. Come i Subway To Sally, Richter e sodali sanno divertire con gusto, tenendo a tiro anche le esigenze di mercato (e questo non significa per nulla scendere a biechi compromessi!): l’opener “Calling llyr” ed “I’m changing” (la porzione finale di questa è però assolutamente dark-ambient) sono catchy , possedendo nel loro DNA una naturale propensione alla melodia. Uno dei top del disco è rappresentato dalla riproposizione della storica “Dirty old town”, resa a suo tempo celebre dai The Pogues, per la quale è prevista la ripresa pure di un video (sarà curato dal Meister Dietrich Brueggemann, il quale ha già firmato clips per Oomph! e Rammstein), e che costituirà il primo singolo estratto da “Into the otherworld”. Anche quando il ritmo scema, come in “Song as a kiss”, rimane alto il livello della tensione emotiva, segno che il brano gode di buona struttura. Una bella e mai scontata ballatona a questo punto ci voleva proprio, anche perchè incombono la a dir poco movimentata “No rest” (con chitarra, basso e batteria a dispiegare tutta la loro inaudita potenza) e la citata “Dirty old town”, nella quale rivive l’atmosfera fumosa del vecchio pub d’un qualche sperduto villaggio, tra vorticar di boccali e vecchie storie ripetute all’infinito. Sembrerebbe folle, ma è proprio vero: l’orgoglio irlandese interpretato da un gruppo tedesco! Infiltrazioni dark innerbano “Four winds”, segnata da lembi di chitarre goth (che si ripetono nella conclusiva “Last goodbye”) ed un cantato epico. Non annoia “Into the otherworld”, nemmeno dopo reiterati ascolti, segno della sua grandezza, un disco che non mancherà di raccogliere plausi da parte di un pubblico quanto mai eterogeneo.

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