Editors: The back room

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Ver Sacrum La storia degli Editors è davvero molto simile a quella di tante band inglesi, il quartetto infatti si è formato quando i suoi membri frequentavano l’università, e più precisamente quella di Stafford. Alla fine del 2004 è arrivato il primo contratto discografico con la label indipendente Kitchenware e in gennaio è uscito il singolo “Bullets”, poi seguito da “Munich”. A fine luglio è stata la volta del debut oggetto di questa recensione, ma c’è da dire che anche sul fronte live il gruppo si è dato parecchio da fare, visto che ha partecipato a numerosi e importanti festival (vedi quelli di Glastonbury, Reading/Leeds e anche il “nostro” Independent Days…). Quando li si ascolta per la prima volta si ha la netta impressione che questi quattro ragazzi abbiano fatto colazione a “pane e Interpol” per mesi e mesi, difatti i parallelismi tra la formazione di Paul Banks e gli Editors non sono certo pochi, con il tempo però ci si rende conto che non si può parlare di un tentativo di clonazione perché The back room risulta un po’ più dinamico rispetto ai dischi realizzati dai newyorkesi. Inoltre esso non è un lavoro qualunque, ma piuttosto un qualcosa di particolarmente ben riuscito, non a caso gli undici brani che contiene sono tutti potenziali singoli che si distinguono sia per la linearità/semplicità della struttura che per la loro efficacia. In apertura troviamo la sognante “Lights”, subito seguita dalla già citata “Munich” (caratterizzata da un sound di chitarre in puro Interpol-style) e da “Blood”, una canzone piuttosto tirata rispetto alle altre e difficile da dimenticare a causa del suo micidiale ritornello. La quarta traccia (“Fall”) propone atmosfere soft e ritmi rilassanti, mentre “All sparks” è più simile alle song iniziali. È poi il turno della bellissima “Camera” (che, nel caso l’ascoltatore avesse ancora qualche dubbio, fa capire una volta per tutte quanto questa band sia debitrice dei Joy Division), dell’incalzante “Fingers in the factories” e di “Bullets”, che a mio parere potrebbe funzionare molto bene anche negli alternative dancefloor. In chiusura troviamo “Someone says”, “Distance” e il più che convincente “Open your arms”, un pezzo che ricorda vagamente gli Psychedelic Furs e che dimostra la bravura del quartetto anche sulla lunga distanza (è infatti uno dei pochi che dura più di quattro minuti). Insomma, direi che si tratta di un esordio coi fiocchi, e che non si può far altro che raccomandarne l’ascolto ai fan di questo tipo di sonorità…

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