Patrizia Valduga

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Nella poesia contemporanea sono pochi i poeti che hanno saputo risvegliare nei lettori un ritrovato piacere nella lettura di rime e assonanze. Negli ultimi decenni, la poesia è passata in secondo piano, trasformandosi più in un passatempo borghese che in una pratica letteraria dotta, portando alla creazione di opere dallo stile asettico, troppo spesso riconducibile a manierismi del passato, o, al contrario, frutto di uno stile ipermoderno, non sempre efficace.

Qualche anno fa, ebbi il piacere di assistere ad una conferenza di Patrizia Valduga, una delle poche poetesse riuscita nell’intento di instillare una nuova autorevolezza alla poesia, alternando tonalità e registri diversi. Già a vederla, Patrizia Valduga è un personaggio sui generis, una specie di “Divina” del verso, nel senso più cinematografico che poetico del termine, grazie alla sorprendente capacità, tipica delle conturbanti attrici del cinema muto, di trasfigurare nell’arte la loro sacrale personalità. Esile, la pelle diafana, i vestimenti funerei e un calice di vino rosso sempre alla bocca, di quella conferenza, che Patrizia Valduga tenne in un’intima sala di Palazzo Papafava, a Padova, conservo dei nitidi ricordi e non solo per una particolare fascinazione estetica nei suoi confronti, ma anche per l’alta levatura delle sue liriche, che, da ventitre anni, la collocano a pieno titolo tra i poeti contemporanei di maggior rilievo.

La sua estetizzante presenza ha trovato un’unione speculare nei suoi componimenti poetici, in cui l’endecasillabo diventa l’indiscusso verso d’elezione, per evocare tematiche antiche come la forma metrica che le accompagna, ma riproposte attraverso un’intensità comunicativa, a tratti colloquiale, a tratti iperletteraria, decisamente molto originale. Ecco quindi che quartine, sonetti, madrigali, sestine e ottave, sono, per la Valduga, una “prigione formale” che rappresenta in realtà “il massimo della libertà”, il felice spazio letterario in cui catturare le bestie della sua mente: la passione amorosa e la morte, che, alla stregua dei teatranti, recitano la loro parte in un teatro di parole. Ed è proprio su questo palcoscenico verbale, che si mette in scena una lotta ludica e amorosa tra soggetto che ama e soffre, colei che scrive, e oggetto amoroso che non ama e anzi, punisce. La messa in scena poetica vampirizza le parole, ne estrae la loro potenza vivificatrice, trasformando la paura del vivere e del morire in uno psicodramma di coppia, in cui la patologia più grave sembra essere il bisogno di essere amati. In uno scritto introduttivo a Medicamenta e altri medicamento del 1989, Luigi Baldacci così definisce il poetare della Valduga: “Questa capacità di canto e strazio è solo delle donne, o meglio della poesia femminile (che è una categoria aperta a tutti), e poiché Patrizia Valduga possiede al massimo grado questa facoltà – nel senso che non si limita al canto e allo strazio, ma strazia il proprio canto, lacera il patrimonio di parole che le è venuto in eredità dalla tradizione – ecco che questa poesia (…) sopravanza ogni altro contemporaneo.”

Molto particolare l’iniziazione di Patrizia Valduga alla poesia. Durante il suo periodo di studi universitari a Venezia, si innamora di un professore di filosofia. Quale modo migliore, per conquistare anima e corpo del suo amato, se non donandogli un sonetto? Nella sua seconda opera Medicamenta e altri medicamento, evocherà proprio questo aneddoto.

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…
E martirio è il verso
è emergenza di sangue che cola
e s’aggruma ai confini
del suo inverso sessuato, controverso.

Ma il momento decisivo, che la porterà ad una svolta nella sua carriera poetica, è l’incontro con Giovanni Raboni, poeta recentemente scomparso, suo mentore e amante, compagno di vita e di lavoro per ben ventiquattro anni. Patrizia Valduga così narra quel primo rendez-vous. “Giovanni l’ho conosciuto nel 1981. Volevo fargli leggere i miei sonetti e così ci siamo incontrati a casa sua, a Milano. Ero ubriaca. Mi ero fatta sei ore d’auto con un amico e, per darmi coraggio, mi ero bevuta due whisky…”. Quell’incontro spezza per sempre la monotonia della sua vita a Belluno. La Valduga si trasferisce a Milano e comincia a lavorare per la casa editrice Guanda, naturalmente sotto l’ala protettiva di Raboni.

Dopo pochi anni la sua prima pubblicazione Medicamento del 1982 e da qui un notevole corpus di opere, tra cui ricordiamo: il già citatoMedicamenta e altri medicamentoDonna di Dolori (1991), Requiem (1994), Corsia degli incurabili (1996), Cento quartine e altre storie d’amore (1997), Quartine. Seconda centuria (2001), fino all’ultima pubblicazione del 2004 Lezione d’amore. Numerose sono anche le sue traduzioni, da William Shekespeare a John Donne, passando per Molière, Mallarmé e Valéry.

Attraverso una personale ricerca stilistico-formale, Patrizia Valduga ha fatto propria la crisi di un linguaggio poetico moderno ormai svuotato dall’originaria freschezza, riuscendo nell’intento di infondergli una nuova dignità letteraria. Il piacere sensuale-sensoriale, dato dalla musicalità di suoni e ritmi, crea un collante perfetto tra la rigidità metrica e un poetare d’amore e morte, tremendamente fuori dagli schemi, addirittura sovversivo per l’impeto erotico che lo contraddistingue. Ecco allora che “la colluttazione” tra le rime si risolve in una guerra tra delle parole-soldato, che lottano, muoiono e marciscono per rigerminare con un moderno intento espressivo. La Valduga gioca con la morte delle sue parole, così come gioca con la paura della sua morte. Nei suoi sonetti o nelle sue quartine, la poetessa-soggetto amoroso, dialoga intimamente con i suoi amanti, amoreggia con loro sulla carta e si fa tormentare nel corpo e nell’anima, immobilizzando totalmente la sua capacità di reazione nei confronti di questi carnefici.

No, sto scopando con delle parole…
Ma vengo… e è già qualcosa…
Mi stringo a lui, ma con le cosce sole.
E non sono più ansiosa…
la mente riposa… ha un po’ di riposo…
d’interno riposo… eterno riposo…
(da Lezione d’amore , Einaudi, 2004)

Il frutto di questa agonia soffocante è una morte continua, una passione amorosa mortifera che assomiglia allo scrivere, perché si prefigge una perdita di coscienza appagante, attraverso quel desiderio amoroso che si consuma proprio sulla carta. Il desiderio amoroso è in effetti una potenza creatrice che permette alla poetessa di plasmare il suo oggetto d’arte, la Poesia. E così Patrizia Valduga è tormentata non solo dai suoi amanti, ma anche dalla poesia stessa, una forma affettiva ancora più crudele, l’unico piacere totalizzante, che presuppone però, un esiziale svuotamento dell’anima. Affascinante il modo in cui Patrizia Valduga tesse il discorso amoroso. L’amore non viene mai sublimato, anzi, è unicamente ricondotto ad un appagamento fisico, che trasforma l’atto carnale in un rituale mistico, in un sacrificio, in cui la vittima funge anche da officiante del rito. E la poetessa diventa così vittima e sacerdotessa della parola. “Se sacrificare significa rendere sacro mettendo a morte, la poesia sacrifica la vita, la rende sacra attraverso il rito della forma che la espone alla morte.” (1) La poesia si trasforma così in “esposizione rituale alla morte”, una sorta di esperienza ineluttabile e terapeutica che si percepisce entro e oltre lo scrivere.

Prendimi e mangiami: questo è il mio corpo.
Bevi tutto il mio sangue: sia il tuo vino.
Se un poco di ragione gli rimane
non starà ad addossarmi il suo destino.
(da Quartine, seconda centuria, Einaudi, 2001)

Non è dell’amore “cortese” o di quello “romantico” che stiamo parlando, questi incontri appassionati nascono invece da un sentimento oscuro, lucidamente perverso, che si risolve in una sopraffazione erotica racchiusa nello spazio di una notte, in cui fantasia e sogno si mescolano in un magma espressivo crudo e secco che non lascia niente all’immaginazione. I corpi sono incollati, il carname si dimena sulle pagine del libro come tra le lenzuola di un letto e non c’è sentimento più puro e delirante a santificare questo rituale estremo.

Note:
(1) – Patrizia Valduga, Per una definizione di poesia in Quartine seconda Centuria, Torino, Einaudi 2001

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