Black Wire: Black Wire

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Ver Sacrum A proposito dei Black Wire lessi tempo addietro un articoletto, ove venivano citati i seminali The Sisters Of Mercy quale fonte di ispirazione. Ecco spiegata la mia curiosità nei confronti del giuovine terzetto albionico, anche se delle mitiche sorelle di Leeds Daniel Wilson (voce), Simon McCabe (chitarre) e Tom Greatorex (basso) poco hanno in comune; a parte l’utilizzo della drum-machine! Eppure il loro sound scarno ed a tratti inquietante (sopra tutto per una certa sensazione di tetraggine metropolitana aleggiante su alcune delle tracks contenute nell’omonimo debut che stiamo sezionando con curiosità), come nella nervosissima “Attack! Attack! Attack!” ed in “Broken back”, ed una attitudine spiccatamente glamour potranno aprir loro diverse porte, anche quelle che contano, del voracissimo music-biz. Sì, perché i nostri, colle loro belle faccine, possono far decisamente colpo sulle schiere di freschi appassionati di indie-sound. E quelle cravattine dal nodo lasciato intenzionalmente allentato e quelle camicette sgualcite fanno sorgere il sospetto che i nostri adottino uno stile di vita da prime-stelle alla The Libertines, chissà mai (non per nulla titolano una song “Promote the happy hours”)! E la musica? Certo, pure quella non dobbiamo trascurare, perché i tre ci sanno fare, fra il brit-pop furbacchione di “Hard to love easy to lay” (i Blur hanno lasciato il segno su Daniel e soci, eccome!) e la frenesia adolescenziale di “Both your houses” diversi sono i passaggi da tenere in considerazione. “800 million heart beats” deve far riferimento alle loro fan, certo non insensibili nel confronto del fascino tenebroso dei loro beniamini, il pezzo poi non è per nulla male! Le dieci tracce fuggono via veloci, il disco non raggiunge nemmeno i quaranta minuti, ma almeno non dobbiamo sciropparci inutili riempitivi; in chiusura la ammiccante “The face” poi, coi suoi furbissimi inserti elettronici ed il suo incedere danzereccio farà muovere anche il più pigro di voi, per poi lasciare il passo alla incisiva e spiritata “Very gun”, per un gran finale! I Black Wire sono belli così, diretti e sufficientemente disinvolti, speriamo solo che il successo non li travolga, o che a qualche scritturale illuminato (sì, dalle luci al neon della periferia londinese, mica dall’ispirazione) non venga la bella idea di appiccicar loro l’etichetta ormai consunta di nuovi Franz Ferdinand, Kaiser Chiefs o chissacchì. Apprezziamoli per quello che sono, dei ragazzi vogliosi di musica e di divertimento. Ed i Sisters? Lasciateli in pace, quella è la Storia, e come tale va trattata con deferenza!

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