Jesu: Jesu

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Ver Sacrum Vogliate scusarci se la recensione del disco degli Jesu (la nuova “creatura” musicale di Justin Broadrick dei Godflesh) arriva con notevole ritardo sulle pagine del nostro web-magazine, ma ogni tanto qualche svista può capitare… Detto ciò passiamo ai fatti, e cioè al contenuto di questo album, che ha la particolarità di far riferimento a varie correnti musicali, e che per tale motivo attirerà tipologie differenti di ascoltatori. Ovviamente una parte sarà rappresentata dai vecchi fan dell’industrial band inglese, ma forse esso verrà apprezzato ancor di più dagli appassionati di post-hardcore, un genere che negli ultimi anni sembra aver preso abbastanza piede e che sta attirando l’attenzione di parecchia gente, anche se ciò avviene soprattutto negli Stati Uniti e nei paesi del Nord Europa (come al solito del resto, almeno per quanto riguarda le sonorità più estreme e anticonvenzionali). Direi comunque che si tratta di un cd che può andar bene anche per una parte del pubblico gothic, se non altro perché è caratterizzato sia da atmosfere oscure e claustrofobiche che da raffinate melodie. È difficile fare una descrizione di questi lunghissimi brani (che durano in media nove minuti…), difatti ciascuno di essi tende a dilatarsi e, pur nella propria omogeneità e linearità, offre vari spunti interpretativi a chi lo sente. Personalmente gli Jesu mi sono sembrati quasi una versione post-rock dei vecchissimi Katatonia (quelli di “Dance of december souls” tanto per intenderci), oppure (volendo considerare la cosa da un altro punto di vista…) una versione industrial-metallizzata dei Sigur Rós! Inoltre, considerando che i loro pezzi alternano un sound etereo e delicato con parti molto potenti e incisive, posso affermare che questo è uno di quei rari casi in cui mi è riuscito ascoltare materiale “impegnativo” (sia in termini di tempo che di assimilabilità) senza annoiarmi a morte e senza aver mai la tentazione di premere il tasto stop! Con ciò non voglio dire che un prodotto del genere debba esser preso alla leggera, perché credo che ci voglia una certa predisposizione mentale per trovarne la giusta chiave di lettura, ma una volta che uno riesce a scovarla il gioco è fatto, e diventa facile apprezzarne la bellezza e la particolarità…

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