Soul Takers: Pagan Moon

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Ver Sacrum Da non confondersi con gli omonimi italiani, questi Soul Takers provengono dalle lontane (beh, oggidì neppure tanto…) terre d’Albione; vantano inoltre una certa intimità con gli Inkubus Sukkubus, alla quale quasi per darsi un tono danno costante ed evidente risalto sul loro sito, derivante da comuni frequentazioni d’ambienti paganeggianti (ed a questa famiglia appartenevano pure i bravi progsters Legend, qualche buona anima potrebbe fornirmi notizie in merito?). A differenza del validissimo insieme capitanato dalla sacerdotessa Candia e da Tony McKormack, i nostri propongono sonorità techno-goth, producendosi in un sound che fa leva su abbondanti porzioni tastieristiche, utilizzate per creare una atmosfera misticheggiante, e sul cantato femminile, nettamente predominante su quello maschile. D’altronde, il gruppo è costituito da ben quattro ragazze (la main-vocalist Eve Lung, le coriste Melony Heatley e Jenny Dale, ed infine Emma J-L, addetta alle keys ed alle percussioni), oltre al pelato tastierista e cantante Chris Johnson. Anche liricamente ci si addentra in territori già presidiati dai citati cantori di Cheltenham, con titoli esemplari in tal senso come “The Goddess awakens” o “Mists of time”, le due gradevolissime song poste in apertura di “Pagan moon”, pubblicato già nel 2004, ma che solo ora sono riuscito a reperire, pur troppo seguite dall’insulsa “Diana”, vera caduta di tono che non ci voleva proprio. Episodio irritante, ove ad un suono eccessivamente plastificato e corredato d’effettacci non vengono stavolta in aiuto le parti vocali, assolutamente irritanti. Per fortuna ci pensa la sentita “Witchwoman” a riportare il lavoro su livelli di meritata sufficienza, grazie a dei cori centratissimi ed ispirati. Trascurabile “Electric”, mentre decisamente migliore risulta la successiva “Mother of heaven”, titolo bellissimo per una canzone dall’interessante sviluppo. “Pagan moon” risulta un lavoro carente in costanza, ed è un vero e proprio peccato. Con qualche traccia in meno, la resa finale sarebbe senza dubbio migliore e comunque maggiormente omogenea. Per quanta indulgenza si possa usare nei loro confronti, sarebbe in fatti impossibile tacere della assoluta modestia, o meglio lampante inadeguatezza, di episodi come la sconcertante “Kali”, esercizio infantile ed inutile, la leggera “Aphrodite” o la conclusiva title-track; al contrario non vanno taciute “Dark spirit”, dalle belle tinte evocative, e “Lunar hound”, tralasciando di questa i cori che non fanno paura proprio a nessuno. Definiti da certa stampa inglese (sempre pronta a celebrare la new-sensation nazionale, spesso, come in questo caso, troppo frettolosamente) nuove stelle del panorama pagan-goth, i Soul Takers dimostrano comunque di possedere buone idee, e discrete capacità di scrittura, che comunque andranno verificate alla luce di nuovi e più omogenei lavori.

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