The Dead 60s: The Dead 60s

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Ver Sacrum Sta diventando sempre più complicato recensire i dischi d’esordio della miriade di band inglesi dedite al revival del sound anni settanta/ottanta, e i motivi sono parecchi… Da un lato viene spontaneo domandarsi se i suddetti gruppi hanno un’attitudine sincera e una vera passione per certe particolari sonorità, o se semplicemente stanno seguendo il trend più importante di quest’ultimo periodo, ma dall’altro risulta difficile parlarne male (ammesso che sia vera la seconda delle ipotesi formulate poc’anzi…) perché di rado si ha a che fare con gente totalmente priva di talento e di buone idee. Formazioni come Maxïmo Park, The Departures o The Rakes non hanno inventato nulla di nuovo, ma i loro cd sono comunque freschi e piacevoli da ascoltare, per cui ben vengano tutti quelli che, come loro, riescono a riproporre le cose del passato in una nuova veste, senza per questo apparire il clone di qualche mito intoccabile della musica. I Dead 60s sono l’ennesima dimostrazione che la scena inglese ha ancora molto da offrire, e finché le cose staranno così non potremo certo lamentarci… Il quartetto in questione arriva da Liverpool ed è formato da Matt McManamon (voce e chitarra), Charlie Turner (basso), Ben Gordon (chitarra) e Bryan Johnson (batteria), quattro ragazzi con le idee molto chiare e con ottime capacità, che sono diventati famosi ancor prima di pubblicare l’album di debutto grazie ad una manciata di singoli e ad un sacco di concerti che li hanno portati in giro per tutto il Regno Unito. Il lavoro che li sta facendo conoscere anche al di fuori della loro nazione d’origine propone una bella miscela di punk, ska e dub, di quelle che piacciono tanto ai fan dei Clash e che in generale raccolgono consensi tra il pubblico indie/rock/alternativo. I tredici brani inclusi sono brevi ma intensi e sono caratterizzati da linee melodiche di sicuro effetto, inoltre sono abbastanza diversi l’uno dall’altro, basti pensare alla briosa opener “Riot radio” in contrapposizione alle più cadenzate “Train to nowhere” e “You’re not the law”. Inutile aggiungere che nel disco non sono presenti i cosiddetti “riempitivi” e che tutti i pezzi sono di buon livello, sia dal punto di vista formale che da quello contenutistico. Altra band da non trascurare insomma, e anche se ormai ho perso il conto di quelle che ultimamente mi hanno fatto pensare la stessa cosa poco male… l’abbondanza in questi casi non è mai una cosa negativa, non credete anche voi?

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