Trinakrius: Sancta Inquisitio

0
Condividi:

Ver Sacrum Il doom metal più austero ed epicheggiante segna i solchi di “Sancta Inquisitio”, esordio ufficiale sulla lunga durata dei meritori siculi Trinakrius, combo esperto, risalente la sua genesi al 1995, e vantante tra le sue fila musicisti preparati ed arricchiti d’esperienze maturate con altri gruppi. Il tema lirico viene dichiarato fin dal titolo, e la drammaticità concessa allo sviluppo dello stesso viene assicurata dalla positiva prestazione del singer Michele Vitrano (già nei progsters Acacia e nei Black Twilight), degno prosecutore di quella autorevole scuola che ha in Messiah Marcolin uno dei suoi più prestigiosi maestri. La compattezza sonora di SI è impressionante, come richiesto dal genere. Una monoliticità comunque spezzata da episodi più sostenuti, come l’irruenta “The maid of Orleans”, che trova in “Hereticaust” la sua sublimazione, trattandosi di un vero e proprio tributo alla più magniloquente e teatrale musica dell’avverso destino. Sarà perchè il doom troppo a lungo (e forse proprio questo è il segreto della sua pertinace longevità) è stato relegato ai margini del grande circo metallico, sarà per l’aura di occulto mistero che agli occhi del non-iniziato ammanta le opere mitologiche che ne hanno segnato la sua storia, sarà per l’adesione incondizionata ai suoi ferrei canoni sfociante sovente nel più ostinato auto-isolamento, ma ogni nuova uscita viene salutata dai cultori come una lieta novella! E come non trasporre questa ansia millenaristica al presente disco, che riprende per cinque episodi dei nove complessivi che lo compongono il mini “Inquisantism”, le canzoni del quale vennero pure proposte in lingua madre, con ottimi risultati che si ripetono con “L’era del male”? Aperta da un melancolico arpeggio, offre ai nostri cinque cavalieri della tenebra l’opportunità di disvelare il loro lato più sofferto ed intimo: la batteria dell’ottimo Claudio Florio (che altrove si esibisce in growls impressionanti) scandisce il tempo di una mesta marcia funebre, accompagnandosi alle chitarre possenti di Francesco Chiazzese e di Ezio Montalto ed al basso di Piero Orlando. L’alternarsi fra impennate elettriche e sofferta quiete acustica penetra il nostro animo, inducendoci a stranianti sensazioni di disperata solennità. Ribadisco, la lingua italiana può offrire, a coloro che ben sanno farne uso, eccezionali possibilità espressive. “The heretic” può illudere col suo marziale incipit screziato ancora una volta dalla acustica, il brano rivela fugaci squarci di assoluta malignità, il tutto sapientemente disegnato da questi bravissimi musicisti. Solo puro ed incorrotto doom, scevro da qualsisia concessione a trend ed ad influenze che le sono estranee, e che pure negli ultimi anni hanno fatto sovente capolino in diversi capitoli della sua onorata storia (leggasi le divagazioni stoneriane), come nella ferale ed eroica “Delirium”, segnata dagli enigmatici spezzoni assicurati dal basso di Piero, o nella solida “The executioner”: severe note d’organo aprono il pezzo, per poi riproporsi nel corso dei suoi nove minuti scarsi a render compiutamente maestosa l’architettura complessa che regge il brano. Gioite adepti del doom, le insegne dei Trinakrius sventolano gravi sul campo di battaglia, e da ora orneranno i vostri usberghi: onoratele!

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.