Chants of Maldoror

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Every mask tells the truth ha segnato uno dei picchi qualitativi assoluti, per quanto riguarda le pubblicazioni discografiche, del 2005. Ver Sacrum non poteva certo esimersi dall’indagar ulteriormente su quest’opera, che come un diamante dalle innumeri facce, rileva ad ogni ascolto cangianti emozioni. Un insieme che ha saputo meritarsi il rispetto del pubblico, e che col presente disco assurge a riconosciuta dimensione internazionale. Lettrici e lettori diletti, a voi i Chants Of Maldoror!

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© www.chantsofmaldoror.com

Gli anni trascorsi dal precedente Thy hurting heaven non sono certo scivolati via invano! Sareste così gentili dall’esporci gli eventi salienti che li hanno caratterizzati?

ECHO: I cinque anni che separano T.H.H. da E.M.T.T.T.sono stati anni strani, anni che ci hanno visto cambiare come persone e come artisti; la nostra vita è stata scombussolata da diversi e incisivi cambiamenti e le strade che abbiamo intrapreso in questo periodo ci segneranno per il resto della nostra vita…

Every mask… rivela una eccellente coesione fra i componenti del gruppo; ora più che mai, appare come un progetto aperto che travalica l’aspetto esclusivamente musicale.

LOREN: Quanto dici non può che farci piacere… E’ ovvio che ad occhi esterni non possa trasparire, ma per noi i C.o.M. sono sempre stati un progetto aperto, una sorta di terapia di gruppo (ma forse sarebbe meglio parlare di gruppo terapia) che ha sempre travalicato l’aspetto meramente musicale; infatti abbiamo sempre collaborato tra noi anche nei progetti esterni ed extramusicali, appunto, che ci hanno visti impegnati come singoli, e questo perché siamo fondamentalmente persone che si conoscono e condividono parte delle loro vite da decenni…

DAVID: L’impressione che E.M.T.T.T. rivela è sicuramente legata alla nostra passione e attenzione verso l’arte in generale. Gli studi intrapresi da ognuno di noi, nonché le attività che singolarmente svolgiamo, sono riconducibili ad altre discipline artistiche o creative, tutto ciò automaticamente ci porta a creare musica con un’attitudine un po’ diversa dal consueto modo di fare del musicista.

Come per il predecessore, appare evidente come la ricerca dell’esternazione di un peculiare gusto estetico trovi tra i solchi del dischetto la sua sublimazione. Ancora una volta, avete cercato, e trovato, conforto fra le pagine immortali di capolavori letterari, e nell’Arte in genere!

LOREN: Beh, sì, ma non solo… non bisognerebbe tralasciare il fatto che l’ispirazione deriva fondamentalmente dalle nostre interiorità, certamente filtrata da una determinata e non casuale propensione estetica e letteraria, ma non vorrei correre il rischio che la gente pensi a noi come a dei topi da biblioteca… Siamo giovani… anche a noi piace divertirci!

Anche le copertine dei due dischi sono fa loro riferibili, determinando un forte senso di continuità fra gli stessi. Quanta importanza attribuite a queste, che rappresentano, è utile sottolinearlo, il primo vero impatto con chi acquista il CD? E proprio la dimensione ridotta delle custodie, può limitare la piena esposizione di questi piccoli quadri?

DAVID: La copertina di T.H.H. è una foto di inizio secolo d’autore anonimo. La copertina di E.M.T.T.T. è un fotomontaggio da me realizzato. L’immagine da cui sono partito è una vecchia foto d’epoca, sicuramente è per questo motivo che le due copertine hanno una certa assonanza estetica. Abbiamo sempre cercato di curare molto l’artwork dei nostri lavori… pensiamo che l’impatto visivo di un CD sia di fondamentale importanza. La dimensione ridotta dei CD effettivamente può essere un limite rispetto a quella dei vecchi vinili che davano sicuramente maggior respiro alle immagini di copertina.

Fin dall’overture “Himmel Balsam”, si percepisce un’aura di grandiosità decadente. Questo pezzo mi ha letteralmente stregato, rappresentanto una sintesi mirabile di quanto proposto in passato dai numi Christian Death e Bauhaus, eppur risuonando attualissimo, e non come mera rilettura di ispiratori codificati.

DAVID: Beh, Grazie per i complimenti. Sono in molti a vedere nella nostra proposta musicale solo il riflesso dei nostri ispiratori, che tra l’altro ci terrei a sottolineare non si limitano ai soli Bauhaus e Christian Death.

LOREN: Penso sia inutile aggiungere che non è assolutamente nei nostri interessi fornire una rilettura di qualsivoglia codice; aderire ad una certa sensibilità musicale, rappresenta sempre e comunque un valido motivo per sviluppare una propria personalità, e sfruttare elementi che sarebbero sempre e comunque codice… Persone più vecchie e più sagge di me insegnano che con la farina, che è uguale per tutti, non si fa sempre e solo un tipo di pane.

Ho trovato particolarmente brillante l’idea di inserire degli interludi (appunto “Interlude”, ve ne sono tre), fra i brani veri e propri; a volte paiono voler preparare l’ascoltatore alla canzone che li succede, altre invece creano delle pause, senza apparir come riempitivi, essendo invece dotati di una loro precisa ragion d’essere.

ECHO: I tre interludi rappresentano il momento di liberazione dagli schemi seguiti involontariamente fino a quel momento; ognuno di noi ha liberamente espresso se stesso in questo spazio del disco… rappresentano una specie di svolta verso un nuovo modo di concepire la composizione musicale… Tutti i brani che abbiamo composto successivamente ai tre interludi sono il risultato anche di questa piccola ma decisiva esperienza.

LOREN: I tre interludi nascono come vere e proprie canzoni, di cui abbiamo sfruttato l’apparente inafferrabilità per farne dei sipari ideali tra gruppi di canzoni, con le quali, come giustamente noti, hanno comunque elementi in comune. Sinceramente non vorremmo che nessuno mai le possa considerare dei riempitivi, anche perché personalmente sono molto legato ad “Interlude II”, che ha un significato per me intimo, al punto da non riuscire mai a suonarlo come dovrei, anche solo davanti a poche persone.

DAVID: Sono stati concepiti con un’attitudine un po’ più libera e minimale, forse sperimentale rispetto al solito modo di concepire e arrangiare i nostri brani; sicuramente anticipano alcune sonorità che saranno nel prossimo lavoro.

Anche la produzione contribuisce chiaramente a rendere grande il vostro ultimo parto: il nitore degli stromenti, l’amalgama perfetta del suono, e la voce “maledetta” di Adolphe generano un’atmosfera di morbosa sensualità che pervade ogni canzone e che traspone chi ascolta in ambienti carichi di fascinoso abbandono.

LOREN: Abbiamo curato la produzione del disco in prima persona, lavorando molto in studio con Silvio Viscogliosi, il tecnico del suono, sperimentando anche soluzioni poco ortodosse e ponendo attenzione a particolari generalmente trascurati da molti gruppi underground, quindi ci fa piacere che qualcuno se ne accorga! Ovviamente siamo contenti del risultato, che permette però ancora notevoli margini di miglioramento, che in parte stiamo già attuando nel nuovo materiale ancora in fase di pre-produzione.

Every mask tells the truth è disco da ascoltare in cogitabondo silenzio, lontano dai clamori dell’attualità, dalla quale è necessario estraniarsi per goderne appieno delle mille e più nuances che lo caratterizzano; è come gustare un buon vino, lasciandosi stordire dal suo carattere e dalla sua corposità!

LOREN: E’ un grande complimento, perché secondo me la musica migliore è proprio quella che si ascolta in silenzio e mai superficialmente… l’unico peccato è che a me il vino proprio non piace…

DAVID: Per certi versi l’album ha un’atmosfera intima che di certo non lo rende di immediata fruibilità; questa, ce ne rendiamo conto, è un’ottima qualità, che lo rende mutevole e godibile a ripetuti ascolti… ma può rivelarsi un grosso limite per l’ascoltatore diciamo meno colto o meno iniziato…

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Complimenti per il vostro curatissimo look, altro indizio di grande attenzione, e che non va certo relegato fra i particolari, essendo in vece parte integrante del vostro ideale artistico!

ECHO: Penso sia evidente che l’immagine rivesta una funzione fondamentale nel nostro modo di fare musica. Associare un’adeguata rappresentazione visiva alla musica che si fa secondo me è un necessario completamento di un modo di vivere la musica che tende ad andare oltre… a catturare anche lo sguardo per divenire anche fascinazione visiva. Tutti noi siamo profondamente legati alle arti visive in tutte le sue forme…

Quali responsi fino ad ora ha ottenuto Every mask…, non solo fra gli addetti ai lavori, bensì fra coloro che lo hanno atteso e metabolizzato?

LOREN: Appena terminato il disco ho provato a farlo sentire a tutte le persone a me più vicine e di cui ho grande considerazione, e parlo di gente che ascolta veramente cose anche lontanissime dai miei gusti, e tutti hanno avuto la stessa positiva reazione. Questo era quello che mi interessava, ovvero realizzare un disco di cui essere orgoglioso, e che potesse valicare ogni steccato…

DAVID: I responsi ottenuti dalla critica musicale sono ottimi, ma c’è una grossa differenza tra gli addetti ai lavori e il pubblico… Sicuramente chi in passato aveva apprezzato T.H.H. è soddisfatto anche di E.M.T.T.T.… ma ancora è troppo presto per renderci conto concretamente della reazione del pubblico…

Nel corso delle vostre esibizioni live, riuscite a trasmettere al pubblico la forte carica sensuale/decadente della quale ogni vostro brano è pregno? Sopra tutto quando suonate in ambiti che escludano, per dimensione ad esempio, situazioni intimiste?

LOREN: Non sempre. Dal vivo usualmente il nostro approccio è più aggressivo, con una forte presenza di brani tirati, e ciò è dovuto alla preoccupante precarietà (almeno in Italia) di certe situazioni in cui ci si trova a suonare, e che rendono spesso improbabile ogni tentativo di proporre sonorità più soffuse, che necessitano quindi di un migliore ascolto, in primis, del musicista sul palco.

ADOLPHE: Io personalmente preferisco i grandi palchi, in cui è possibile dar sfogo anche all’attitudine più glam… Se riusciamo o no a trasmettere questa carica sensuale? Non saprei… è una cosa che dovresti chiedere a chi assiste al concerto!

Siete ormai indicati fra i capiscuola della rinnovellata corrente deathrock, cosa provate al riguardo, soprattutto considerando che i gruppi italiani sovente hanno dovuto subire l’ingiuria dell’immeritata indifferenza?

ADOLPHE: Ci fa immensamente piacere che la nostra musica possa arrivare a più persone possibili…Questo indipendentemente dall’essere considerati capiscuola di qualcosa. Personalmente ho sempre creduto molto in quello che facciamo, e dentro di me ho sempre sentito che prima o poi qualcuno si sarebbe accorto di noi… Sono molto soddisfatto di queste attenzioni, ma è vero anche che siamo estremamente ambiziosi, e puntiamo ad ottenere di più…

ECHO: Probabilmente si percepisce che la nostra musica tende oltre il death rock e questo viene inteso come rinnovamento dello stesso, ma la nostra è sicuramente una spinta che vuole andare molto oltre, che nasce non tanto da una calcolata intenzione ma da una ricerca e analisi interiore di noi come singole persone e come gruppo…

LOREN: Non mi sembra che questa new wave del death rock sia poi una gran cosa, e infatti non ascolto nulla di queste nuove bands, come del resto anche gli altri del gruppo… In questo senso mi piacciono le stesse cose che ascoltavo dieci anni fa! Comunque sia, potrebbe anche essere un onore, anzi, certamente lo è, ma non ci interessa proprio la posizione dei capiscuola… Noi andiamo dritti per la nostra strada, chi ci ama ci segua…

Un mio ascoltatore si chiedeva se proprio Frosinone (che ha dato i natali a Spiritual Bats e Human Disease) costituisca la capitale del nuovo dark, e non ho potuto certo contraddirlo, vista la qualità di quanto pubblicato! Traendo spunto da questa curiosità, qual’è il sentimento che provate nei confronti della vostra città?

LOREN: Frosinone fa schifo… E’ una città con tutti i difetti di un piccolo paese. E’ borghese e provinciale, e non c’è nulla da fare… Sarà per questo che molta gente passa il tempo in casa a suonare o a drogarsi…

ECHO: Frosinone… capitale del nuovo dark… ognuno è libero di fantasticare come vuole! Per me è stato soltanto lo scenario della nostra triste adolescenza. Sicuramente lo squallore e la grettezza di questa città ci ha resi un gruppo molto unito.

ADOLPHE: Il discorso è semplice: la piccola realtà di provincia ti offre ben poco, così non ti rimane che rifugiarti nel mondo dell’immaginazione e dar sfogo creativamente alle tue frustrazioni e al tuo sentimento di inadeguatezza rispetto al mondo… E’ una realtà che ti opprime ma al tempo stesso ti porta a stringere legami profondissimi con chi ti è affine spiritualmente… Se sei un outsider in una realtà del genere, non puoi certo esserlo per moda…Per me la nostra città è stata una culla di dolore, il luogo di tutte le privazioni… ma forse è anche per questo che oggi siamo le persone che oggi siamo… tutto sommato sono contento che sia andata così, però adesso che vivo a Roma non potrei mai tornare indietro, anche perché amo troppo questa meravigliosa città!

Si può davvero affermare che è in vista una nuova era per le sonorità che proponete, e che stanno trovando sempre nuovi cultori?

ADOLPHE: Se ti riferisci alla cosiddetta rinascita death rock o batcave, permettimi di esprimere qualche dubbio in proposito. Non credo si tratti di qualcosa di più di una moda momentanea, e sinceramente non so quanto ci sia di positivo in tutto questo…(concordo appieno. n.d.H.). Mi sembra si tratti più che altro di una posa, e mi pare che siano in pochi ad interessarsi ad approfondirne il lato più strettamente musicale, sia tra le bands che tra gli ascoltatori… L’aspetto positivo è che mi pare sia in qualche modo migliorata l’attitudine estetica di molti, anche se ovviamente il rischio del pessimo gusto è sempre dietro l’angolo…

ECHO: …non è semplice riuscire a colpire la sensibilità degli altri… per arrivare alle persone bisogna probabilmente lavorare molto su se stessi, per creare rappresentazioni sincere e dirette di ciò che si è. Stiamo lavorando molto in tal senso e spero che questo ci permetterà veramente di arrivare sempre a più persone.

Fra i frammenti che maggiormente mi hanno intrigato, ve ne sono un paio che vi chiedo d’approfondire: “Justine” e “Where the Lord lies”.

DAVID: “Where the Lord lies” è un brano che penso rispecchi molto il sound di “T.H.H.” e fin da principio non ci ha mai convinto… ma il lavoro di produzione in studio lo ha rivalutato abbastanza da poterlo inserire nel disco. Al contrario “Justine” è forse uno dei brani che più preferiamo… ha un grande potenziale che al contrario non è riuscito a venir fuori in fase di produzione…

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Come si è sviluppato il rapporto di collaborazione con Strobelight? Incidere per una label che ha saputo guadagnarsi una sempre maggiore visibilità appaga le vostre aspirazioni?

DAVID: Siamo felici di collaborare con la Strobelight e speriamo che questa possa essere un’esperienza fruttuosa per entrambi.

Fra i nuovi gruppi che s’affacciano alla ribalta, vi è qualcuno col quale avete suonato o del quale comunque avete ascoltato delle canzoni o dei dischi che vi ha particolarmente colpito?

DAVID: No, non siamo molto colpiti o interessati a ciò che attualmente propone la scena. Seguiamo invece con molto interesse alcune bands che non hanno alcun legame con la scena dark. Tra le nuove bands che seguo con molto interesse ci sono nomi come: Liars, Oneida, Broadcast, Lali Puna, Editors, Patrik Wolf, Clinic, Goldfrapp, e tante tante altre.

ADOLPHE: Ci sono molte nuove bands che trovo assolutamente interessanti, ma si tratta di gruppi che credo non vengano considerati esattamente parte della cosiddetta scena goth… Penso a bands come Block Party, Editors, Arcade Fire… So che in molti li considerano troppo mainstream, ma personalmente trovo che siano paradossalmente molto più vicine allo spirito dei grandi gruppi degli anni 80 loro piuttosto che la maggior parte dei nomi oscuri attuali…

Siete impegnati nella promozione del disco, e come la state attuando?

ECHO: Siamo nelle mani di Mother Dance… sono loro che cureranno per noi l’organizzazione di tutti i concerti. Per ora sono confermate le date del 3-4-5 marzo a Vicenza, Prato e Torino (n.d.r. all’epoca della risposta) e la partecipazione al WGT di Lipsia.

La scelta della cover (resa mirabilmente) non mi appar casuale: perché proprio “We stand alone”, perché gli Ultravox (ed io non posso non gioire di codesta scelta!)? E’ ancor più viva dell’originale, ecco un ottimo esempio di come un brano va riproposto!

LOREN: Gli Ultravox sono uno dei gruppi che maggiormente amiamo quando si parla di certe sonorità; hanno un gusto particolare per i suoni e gli arrangiamenti che ce li fa considerare dei veri maestri. “We Stand Alone” è poi un gran bel brano, uno dei nostri preferiti da sempre, esempio particolarmente felice di ottima musicalità e ottime liriche, che si prestava molto ad una nostra reinterpretazione, anche se la nostra versione è un pochino più aggressiva, come qualcuno in passato non ha mancato di farci notare…

E quali altre sorprese ci serbate per il futuro? A commiato di questa nostra chiacchierata, vi chiedo di rivelare qualche vostro piccolo segreto ai lettori di Ver Sacrum, che funga da viatico per un futuro onusto di soddisfazioni!

ECHO: Molte sorprese ma per ora preferiamo non dire nulla… diciamo per scaramanzia…

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Links:

Chants of Maldoror

Strobelight Records

Masterpiece Distribution

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