Bauhaus

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Bauhaus a Lignano Sabbiadoro foto di Fabiano Parise, Fonte: Archivio www.azalea.it © Azalea Promotion

Alquanto bizzarro che proprio una località balneare, pur in questo agosto climaticamente folle, ospiti l’unica data sul suolo italico del quartetto di Northampton, alla sua seconda calata al di qua delle Alpi nell’arco di una manciata di mesi. E buona è stata la risposta del pubblico, accorso numeroso in termini numerici ad assistere a questo vero e proprio evento, con una folta rappresentanza di appassionati provenienti dall’Europa orientale. Una platea assai variegata anche dal punto di vista anagrafico, come è ovvio attendersi considerando che molti dei convenuti i Bauhaus li hanno visti nascere, e compiere il loro breve ma folgorante tragitto che li avrebbe poi portati allo scioglimento nell’ottantatre, mentre molti altri li hanno conosciuti solo tramite le ristampe dei loro lavori, e che giustamente vogliono verificare di persona quanto questa leggenda sia ancora ben viva. Un pochino turbati dalle voci giunte dall’Olanda, riferite dal collega di redazione, il buon Candyman in trasferta batava, io e mia moglie, fermi nel ricacciare indietro ogni insorgente moto di nostalgia (od auto-commiserazione, della serie: quanto eravamo più giuovini…), ci siamo avviati puntando con decisione al celebrato arenile friulano, consapevoli che, dopo aver dovuto rinunziare alle serate milanesi del Resurrection Tour e pure a quella più vicina dell’inverno scorso, stavolta, finalmente, li avremmo visti calcare un palco in carne, ossa ed abiti di scena.

L’attacco è quello di Gotham, con “Double dare”, “In the flat field”, “A God in an alcove” ed “In fear of fear” a rappresentare il poker calato con la sicurezza d’un vincente sul tavolo da giuoco brulicante di ammiratori. Murphy è ben tonico, istrionico e gigionesco s’impadronisce della scena coll’autorità derivante dalla fama che si è saputo guadagnare negli anni. Gli imperturbabili fratelli Haskins garantiscono una compattezza impareggiabile, un muro soniko inscalfibile e sicuro, permettendo così al “glitterato” Daniel Ash (vera icona glam, riuscita ibridazione tra Marc Bolan e Mick Ronson) di prendersi talvolta delle piccole libertà, badando più alla presenza scenica che alla precisione esecutiva. Giusto così, questi sono i Bauhaus.

Se consideriamo che la loro vicenda artistica si è consumata nell’arco di pochi anni, e che sono trascorsi quasi cinque lustri dal loro primo scioglimento, seguito da una pletora di progetti solisti, o da sigle come Love and Rockets o Tones on Tail, con relative pubblicazioni più d’una pure di ottimo livello artistico, l’attaccamento al gruppo manifestato dal pubblico agli occhi di un estraneo parrebbe sorprendente. D’altronde, la scuola Bauhaus ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica dark, dato di fatto innegabile. Alla luce della data lignanese, le diecine di pallidi epigoni che in questi anni sono sorte, traendo ispirazione e linfa vitale dalle loro ceneri, gelosamente custodite tra i solchi dei vinili rilasciati nel breve arco percorso dalla loro fulgente stella a cavallo tra settanta morenti ed ottanta sorgenti (ed in seguito tra le tracce delle riedizioni su ciddì), si spengono come ceri morenti, soffocati dalla stessa grandezza dei loro Maestri. I Bauhaus del nuovo millennio paiono un gruppo tornato per restare, e non destinato ad estemporanee comparsate come le date del 1998 o la partecipazione all’americano Coachella Festival del 2005.

Vero che da loro si attende un nuovo lavoro. Ovvio che, a distanza di tanti anni, quella parte di sostenitori più legata all’essenza del complesso, ovvero alle sue prove discografiche, e non solo alle sue manifestazioni dal vivo, trepidi nel timore che il presente non possa reggere il confronto cogli onori colti nel passato. Essendomi lasciato coinvolgere dall’evento, non ho prestato troppa attenzione a due brani inediti, che le mie frastornate orecchie hanno potuto solo in parte recepire. Con una collana inanellante oltre i già citati episodi, pure “Rosegarden funeral of sores”, “Kick in the eye”, “Dark entries”, “Hair of the dog” e la benedicente “Stigmata martyr”, non è stato possibile metabolizzare l’esecuzione di (preciso che i titoli potrebbero non essere definitivi) “Adrenalin” (quinto pezzo secondo la scaletta ufficiale, mentre sto battendo queste righe, essendo trascorso qualche giorno, mi sorge un dubbio: che sia stato il quarto, e che “In fear…” sia venuto subito dopo? La memoria non mi aiuta…) e di “Endless summer”, anche se questa ultima (forse solo per una questione cronologica) mi è parsa superiore alla prima (un brano molto duro).

“Severance” suona come un brano dei Bauhaus… Incastonata tra “She’s in parties” e “Silent edges” (in buona compagnia, adunque…), questa perla colta dai Dead Can Dance nei più profondi abissi della loro mirabile ispirazione e portata in superficie affinché tutti possano godere della sua luce purissima, è ormai fatta propria da Murphy, il quale la interpreta col fervore serbato alle composizioni alle quali più si è legati, mimando il volo d’un esotico ed enigmatico uccello. Effetto reso grandioso dalle luci viranti al verde che lo avvolgono, e che lo fanno sembrar effettivamente sospeso nell’aria. Riduttivo definirla semplicemente cover. Pure “Stigmata martyr” viene interpretata dall’enigmatico singer con grande e suggestiva gestualità. La capacità di soggiogare il pubblico viene sfruttata con una sicurezza che potrebbe apparir addirittura cinica. Andate in pace, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…

Bauhaus a Lignano Sabbiadoro foto di Fabiano Parise, Fonte: Archivio www.azalea.it © Azalea Promotion

Finalmente una riunione che pare aver un senso. Formazione completa, buon affiatamento tra i membri del gruppo (detto della coppia Jay/Haskins, fra tutti e quattro pare regnare una certa armonia, senza altro coordinazione e concentrazione non mancano), ed un repertorio assolutamente inattaccabile rendono la serata indubbiamente riuscita, tanto che un occasionale spettatore, ignorando quanto accaduto nel passato, non avrebbe potuto menomamente sospettare che sia trascorso un lungo periodo di separazione, e che un ricongiungimento definitivo (speriamo che quanto accaduto in Olanda sia il frutto di stanchezza…) solo alcuni anni fa sarebbe stato giudicato impossibile.

La coda dell’evento lignanese ha riservato una sopresa. Se la catacombale “Bela lugosi’s dead”, con un Murphy vampirico che si è impossessato della scena rievocando vieppiù quelle sinistre atmosfere horrorifiche delle quali il pezzo è divenuto un ineguagliabile manifesto, era in fondo attesa e palmare, col basso luciferino a scuotere le viscere dei presenti e la chitarra a ridurle poi in frattaglie, non lo era certo l’omaggio che il quartetto ha voluto porgere ad un altro protagonista assoluto dell’epica dark. Non riuscivo a capacitarmene, tanto era lo stupore che m’attanagliava, e solo dopo essermelo ripetuto più volte, come in un rituale karmico, ho potuto infine realizzare che ciò che gli artisti sul palco, a pochi metri da me, stavano eseguendo con grande passione era effettivamente “Transmission” dei Joy Division! Ultimi due bis, “All we ever wanted was everything” e “The passion of lovers”. Da culto…

Il suono cupo e minaccioso dei Bauhaus ha trovato una degna ed inconsapevole spalla nell’evoluzione climatica che ha segnato la serata friulana: un temporale incombente che è sfilato lontano senza provocare danni. I nembi minacciosi e le folate di vento che hanno tagliato l’Arena lignanese hanno contribuito ad accrescere l’effetto lugubre ed “incubico” creato dalle rasoiate impartite dalla chitarra di Ash, dall’inappuntabile e cupo martellare del basso di David Jay, dal percussionismo dinamico di Kevin Haskins. E soprattutto dall’innata teatralità espressa da un Murphy in buona condizione, essenziale nella concessione di poche ma bastanti parole in italiano.

Note a margine. Un evento del genere è occasione per rivedere vecchie conoscenze, delle quali magari sul momento non si trova traccia nella memoria ormai sbiadita. Più di qualcheduno mostrava i segni dell’età (ma pure Peter Murphy esibiva una discreta calvizie), mentre nei confronti di altri il Tempo si è mostrato ben più benevolo. Ma anche per rilevare quanti giuovini si avvicinino con deferenza ad un gruppo che si è meritato un proprio spazio nella galleria che custodisce i grandi del passato. D’altronde, poco sopra mi riferivo a troppi intorpiditi imitatori, privi di quella classe inarrivabile che li distanzia inesorabilmente dagli originali, ed incapaci di emergere in virtù delle loro proprie creazioni. I due gruppi di supporto (le punksters Nasties ed i Gwen) ovviamente pochi se li sono filati, come sempre accade in queste manifestazioni. Le mise: Peter Murphy in austero completo nero, a parte una camicia candida esibita in sede di bis (ha fatto la sua breve comparsa pure una vistosa sciarpona) ed un avvolgente mantello utilizzato per “Bela…”. Per lui, oltre che la solita, magnifica voce baritonale, ha parlato il corpo, adottando una mimica efficacissima. Spettacolare Daniel Ash, pantaloni neri in pelle, occhialoni, giacchino bianco piumato degno del Bolan più glamour, che in seguito ha abbandonato (vestendo fra l’altro, solo per un attimo una giacca degna della divisa di gala d’un dragone); sobriamente impassibile David Jay, identico a mille foto apparse su svariate copertine di dischi ed articoli di giornale, ovviamente più sportivo suo fratello Kevin Haskins (ma un batterista deve lavorare di braccia e gambe per davvero!).

Si ringrazia Stefano Buian della Azalea Promotion per averci concesso l’uso delle foto del concerto. La galleria completa del concerto dei Bauhaus è disponibile su azalea.it.

Bauhaus a Lignano Sabbiadoro foto di Fabiano Parise, Fonte: Archivio www.azalea.it © Azalea Promotion

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