Mainstream Distortion: Bully

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Ver Sacrum La prima cosa che mi ha sorpreso di questo CD è l’etichetta che lo ha licenziato, ovvero la Some Bizzarre di Stevø che negli anni ’80 ha prodotto artisti storici, tra cui Soft Cell e Coil (e pare che non li abbia mai pagati a dovere, ma questa è un’altra storia…). Da questi Mainstream Distortion era lecito perciò aspettarsi grandissime cose ma purtroppo non è così. Non è nemmeno che questo Bully sia una schifezza ma certo non rimarrà nella storia della musica al pari di Non stop erotic cabaret o Scatology. Il gruppo è composto da due musicisti inglesi che propongono una forma abbastanza leggera di goth-rock industriale, molto commistionato con l’elettronica e con ritmi danzerecci. Le singole canzoni non sono brutte ma sanno veramente troppo di già sentito. Ad esempio “My Beautiful hate” ricorda molto (già dal nome a pensarci bene) alcune cose del reverendo Manson; “Glutton” e “Bully” sono invece degli esempi di “digital hardcore” alla Alec Empire. Gli arrangiamenti sono comunque molto buoni e propongono un equilibrato bilanciamento tra le parti elettroniche e il suono di chitarra; anche a livello di atmosfere ciò che i Mainstream Distortion propongono è al confine tra l’industrial e il rock, tra l’elettronica e il gotico, un’ideale formula che potrebbe quindi farli apprezzare a molti palati ma che a mio avviso manca, oltre che di originalità, soprattutto di efficacia. I ritmi procedono incalzanti per l’intero album fino al brano finale, “She’s gone”, una ballata rock per voce femminile che si distacca radicalmente dalle atmosfere dell’album: niente di indimenticabile comunque. Non ci sono dei veri passi falsi nel CD e anzi alcune canzoni singolarmente non sono niente male (su tutte “Golden Stars”, “Bully” e la danzereccia “Insect”) ma in generale la qualità di Bully rasenta appena la sufficienza. Niente di più niente di meno.

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