Skeletal Family: Sakura

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Ver Sacrum Epoca di reunion… Ormai è un’abitudine, tanto che non ci si meraviglia, più di tanto, quando ci si imbatte nel nome del risorto di turno. Ora la lista si allunga con gli onesti Skeletal Family, gruppo che, quando Hadrianus vantava una ben più verde età, seppe garantirsi una certa meritata notorietà grazie ad albi come il debut “Burning oil” e “Futile combat” ed una nutrita serie di singoli. Confesso che allora non li filai troppo, sopra tutto dopo che la cantante Anne-Marie Hurst abbandonò il combo per raggiungere Gary Marx nei Ghost Dance. All’epoca subivo a tal punto l’influsso della cricca Sisters ed ex, che da quel momento praticamente mi disinteressai degli SF, non ostante gli ottimi responsi ottenuti da “Restless” e dal single “Just a minute”, probabilmente il loro maggior successo in sede di classifica. Nel 2002 il bassista Roger (per gli amici Trotwood) Nowell ed il chitarrista Stan Greenwood decisero, in considerazione della curiosità che il nome del gruppo ancora suscitava tra il pubblico, di riformare la loro creatura, esattamente ad una ventina di anni dalla nascita. Rin-serrate le fila, con il tastierista Karl-Heinz Taylor, il batterista Martin Henderson, la seconda cantante Katrina ed il marito di lei Dante alla chitarra ritmica, i nostri festeggiarono i quattro lustri di attività con un concerto tenutosi in quel di Leeds. Il resto è storia recente: una nuova vocalist, Claire (Katrina vivendo in quel di New York non poteva certo garantire continuità alla sua presenza), nuova serie di concerti nel Regno Unito, in Europa e negli States, ed infine un nuovo parto discografico, il presente “Sakura”. Terminata l’ora di storia alla quale il vecchio Had vi ha costretti, per chi, esausto, non ha mollato la presa (vi abbraccerei tutti; credetemi, non posso esimermi dal rinvangare il passato e dare aria a queste stantie zolle della mia sbiadita memoria!), spendiamo allora qualche parolina per questa dozzina di songs, fra le quali mi piacciono parecchio “Lies”, “Hearts beating”, “Waiting” (decisamente eighties) e la vagamente curiana “Only sometimes”, mentre proprio bruttina si è rivelata “Nightclubbing” (le canzoni da night lasciatele a Fred Bongusto, lui è un maestro nel genere…), insulsa nel suo presunto ancheggiare da stagionata sciantosa. Il basso del buon Trotwood introduce “All my best friends”, brano che profuma Siouxie lontano un kilometro, e che si rivela episodio assai positivo (anche se la volonterosa Claire non è poi che sia quella gran cantante, risultando i suoi gorgheggi sovente forzati e fuori registro), ed è protagonista pure in “Delerium”, attraversata da chitarre vagamente space e caratterizzata da un percussionismo tribaleggiante (come ai bei vecchi tempi); “Alive again” conserva un certo mood a la Roxy Music dei primi due dischi (avete presente “In every dream home a heartache”? Beh, più o meno ci siamo, come coordinate, manca certamente la classe e l’appeal glamour, è ovvio), mentre “Freak” è proprio una bella cavalcata, ancorata al passato ma decisamente piacevole. Ancora “Lullaby of hate”, con chitarrine delicate ed un discreto sax, un pezzo pop se non altro gradevole, e la riuscita cover di “Gut feeling” dei Devo (che magarì lascerà indifferenti i fan dei fratelli Casales). Che dire di questa nuova incarnazione degli Skeletal Family? Certo il nome un certo blasone lo possiede, ma oggidì, con un mercato letteralmente soverchiato di uscite, questo non può bastare. Alcuni pezzi sono troppo scontati, se non addirittura moscetti, della cantante ho già detto, e non voglio infierire oltre (almeno pare carina, dalle foto del booklet). Per chi non ha nulla di loro, meglio andare alla ricerca dei vecchi dischi, prima di approcciare all’attuale. Per i più scafati, solo la curiosità di ascoltare qualcosa di nuovo da parte di un gruppo del passato può giustificare l’acquisto di “Sakura”. Forse il futuro ci riserverà prove più convincenti!

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