Summer Darkness 2006

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Quarta edizione per questo festival in terra olandese che si svolge in contemporanea con il Mera Luna di Hildesheim. Nonostante la scomoda concorrenza, gli organizzatori anche quest’anno hanno messo insieme un cast di tutto rispetto, assolutamente eterogeneo, in grado di soddisfare tutte le diverse frange del pubblico “oscuro”. Tre le location coinvolte (quattro se vogliamo considerare anche il duomo di Utrecht, che nel pomeriggio di venerdi ha ospitato due brevi esibizioni di Ataraxia e Gor), tutte non molto distanti tra di loro ed ubicate nel centro della cittadina olandese (a dire il vero, il De Helling era un po’ piu’ periferico).

Il pubblico accorso era almeno per il 90% indigeno, valutabile al massimo in un migliaio di spettatori nell’arco delle quattro giornate, dato comunque di tutto rispetto se consideriamo la già citata concorrenza del Mera Luna (inutile poi ricordare che da noi certi numeri sono utopistici anche senza concorrenza alcuna). Un Festival che mi ha soddisfatto per il livello di buona parte dei concerti visti, nonostante la dimensione ancora un po’ “naif” e provinciale; tra le cose che mi hanno invece sorpreso e deluso, la totale assenza di stands di dischi, abbigliamento e tutto ciò che fa da normale contorno a tali eventi: addirittura alcune bands non avevano portato con sé nemmeno il proprio merchandising!
(intro a cura di Candyman)

Prima giornata: 10 agosto – a cura di Ankh

Chants of Maldoror (foto di LilleRoger)

La presenza mia e della mia dolce metà in quel di Utrecht non è stata prevista con grande anticipo; anzi, posso tranquillamente dire che si è trattato di un’improvvisazione. Sta di fatto che acquistiamo il biglietto per il concerto di apertura del festival alle 17 del giorno stesso in un negozio a due passi dal Dam di Amsterdam, dove scopriamo anche che il concerto sarebbe iniziato alle 20. Perciò ci lanciamo in una corsa forsennata verso la macchina per trovarci immediatamente imbottigliati nel traffico cittadino della grande città olandese, dal quale riusciamo ad uscire abbastanza rapidamente per trovarci nuovamente nel panico poco dopo essere arrivati nel ring, bloccato a causa della chiusura di quattro uscite per lavori; ovviamente, una di queste è quella che avremmo dovuto prendere noi. Tra comunicazioni in Neerlandese stretto e cartine, siamo in grado di venirne fuori, anche se a fatica. Per fortuna la distanza non è enorme, e parcheggiamo presso la stazione di Utrecht quasi in orario: non resta che trovare il Tivoli, che so essere in centro.

Dopo aver chiesto informazioni ad alcune gentilissime persone e superati alcuni altri piccoli contrattempi, arriviamo quando il concerto dei Chants Of Maldoror è già iniziato. Il tempo di riprendere fiato e di rifocillarci un minimo con una birra e cerchiamo un posto accettabile per assistere al concerto: ovviamente la platea è già abbastanza piena e, data la stazza e l’altezza media del pubblico, optiamo per la galleria, rinunciando all’acustica per poter vedere bene il palco. Il gruppo laziale occupa bene il palco e dimostra di avere molta più esperienza e maturità rispetto ai tempi andati: maggiore sobrietà da un punto di vista estetico, più controllo e raffinatezza nell’esecuzione, molta più personalità nei brani suonati. I quattro musicisti (a cui in quest’occasione si è aggiunto un quinto elemento) hanno chiaramente dimostrato la veridicità di quanto affermato da molte riviste del settore negli ultimi tempi: la loro musica, che fin dagli esordi era a mio parere di buona qualità, si è definitivamente liberata dagli appariscenti riferimenti ai soliti nomi storici della scena gothic e death rock, riuscendo ad ottenere un suono più interessante e personale e il fatto che siano stati scelti come spalla per un gruppo così importante credo sia la dimostrazione chiara della maturità raggiunta. Belle le versioni live dei brani eseguiti, compresa la cover di “We stand alone” degli Ultravox; fa anche piacere notare che molti dei presenti, in gran parte autoctoni, conosce bene i brani e, in generale, mostra di gradirli ballando o seguendo con attenzione: al termine dell’esibizione, non brevissima per un gruppo spalla, il pubblico è in fervente attesa delle star della serata ma non mostra particolari segni di noia o stanchezza verso i Chants of Maldoror, che candidamente assicurano di attendere con altrettanta passione il concerto successivo.

Bauhaus foto di Ankh

Dopo un’attesa non brevissima per effettuare i necessari cambi di strumentazione, compaiono sul palco i Bauhaus, senza dubbio uno dei gruppi che hanno fatto la storia della darkwave fin dal suo nascere e, per molti, un mito insormontabile. Non posso negare che in me c’era un misto di attesa e timore, dopo la prestazione, a mio giudizio non esaltante, di Peter Murphy a Roma. I quattro compaiono sulla scena e rimangono qualche lungo secondo immobili nel buio, a godersi gli applausi e le ovazioni; dopo di che attacca la musica e si accendono le luci, con fari talvolta fin troppo potenti: nel look sono molto più glam di quanto mi aspettassi, con un Peter Murphy coperto, malgrado il caldo all’interno del locale, da una giacca di velluto blu con collo di pelliccia e un Daniel Ash con pantaloni di pelle, gilet pelliccioso e stivalone con zeppa.

Il concerto sembra iniziare bene, con un gruppo in forma e che, almeno nella prima fase, pare suonare con buon accordo; ma, a un certo punto, qualcosa si spezza: dalla posizione in cui mi trovo, a causa dei fari che spesso mi accecano, non mi rendo conto di molto, se non del fatto che da un certo momento in poi Murphy continua il suo concerto seduto su una spia alla destra del palco, per poi spostarsi sulla pedana della batteria: una discussione animata tra le due stelle del gruppo, probabilmente qualche tensione preesistente, fatto sta che il concerto è durato, nel complesso, poco più di un’ora. Ciononostante molti dei brani fondamentali sono stati eseguiti: tra i miei preferiti ci sono senz’altro le tranquille ed evocative “She’s in parties” e “Silent edges”, la bella cover di “Severance” (nella quale il nostro usa quella particolare tecnica di avvicinamento e allontanamento del microfono dalla bocca che gli avevo visto applicare abbondantemente nel suo concerto romano), ma anche brani più movimentati come “Hair of the dog” e “Kick in the Eye”.

Purtroppo l’acustica in galleria non è affatto buona e il suono arriva piuttosto impastato, cosa che non mi permette di riconoscere i due brani nuovi eseguiti dal gruppo: ma, allo stesso tempo, è forse il confronto con gli splendidi brani più vecchi che li lascia un po’ in sordina. L’esibizione termina dopo un’oretta circa e il pubblico deve attendere quasi un quarto d’ora prima che il quartetto esca nuovamente sul palco, ad eseguire la sola, splendida, “Bela Lugosi’s dead”. Dato il prezzo della serata e l’attesa trepidante, sicuramente tutti si aspettavano qualcosa di più e, sicuramente, un’esibizione meno fredda; ciononostante l’emozione c’è stata e forte. Non ci resta che cercare qualcosa da mangiare e tornare in albergo, dove arriviamo sotto una pioggia scrosciante.

Seconda giornata: 11 agosto – a cura di Ankh

GOR (foto di Ankh)

La seconda giornata in quel di Utrecht inizia piovosa e ci vede alternare brevi passeggiate (nei momenti “asciutti”) a più lunghe soste in bar e brasserie, per ripararci dalla pioggia. Poco dopo l’ora di pranzo ci mettiamo in fila per assistere alle brevi esibizioni pomeridiane degli Ataraxia e di GOR; due parole per descrivere il luogo che ospita le due esibizioni ossia la cattedrale gotica di Utrecht: si tratta, infatti, di una chiesa dalle caratteristiche particolarissime, in cui la torre campanaria è rimasta isolata dal corpo della chiesa a causa di un uragano che nel diciassettesimo secolo ha provocato il crollo di buona parte delle navate, lasciando intatti praticamente solo il transetto e il coro. Attendiamo qualche minuto all’ingresso perché non eravamo riusciti a prenotare i biglietti (peraltro gratuiti) per il concerto; ma non c’è il pienone e riusciamo a sederci agevolmente.

I primi a salire sul palco sono gli Ataraxia che presentano alcuni brani in versione acustica (il che penalizza il buon Giovanni Pagliari che in questo frangente si occupa solo della voce); certamente l’uso dei microfoni e dei diffusori della chiesa non aiuta alla perfetta riproduzione del suono, ciononostante la particolarità del luogo, sposata alla semplicità degli arrangiamenti non può non riempire di fascino l’esibizione; la scelta dei brani (come ad esempio il “Kyrie” introduttivo) è a sua volta adattata alla sacralità del luogo che ospita il concerto.

Come spesso capita, invece, Francesco Banchini con il suo progetto GOR sceglie di non utilizzare il microfono e cantare senza amplificazione; chiunque abbia assistito ad una sua esibizione sa bene quale sia l’intensità con cui il musicista partenopeo interpreta i suoi brani, che riescono a rimanere profondi e corposi anche nella minimale versione odierna: la strumentazione è costituita da alcune percussioni e da una fisarmonica (suonate da due musiciste che con lui collaborano) e dagli strumenti a fiato che nelle mani di Banchini diventano oggetti magici ed evocativi. GOR riesce a trasformare qualunque concerto in un evento carico di emozione, come pochissimi altri gruppi riescono a fare, e nessun appassionato del suo particolare stile musicale dovrebbe lasciarsi sfuggire le rare esibizioni.

Trattandosi del nostro ultimo giorno a Utrecht, decidiamo di rinunciare ai concerti serali per fare una passeggiata per la bella città olandese e una (finalmente) tranquilla cenetta a base di carne e ottima birra: l’indomani ci aspetterà una lunga tratta di trasferimento verso meridione e preferiamo arrivarci riposati e rifocillati.

Seconda giornata: 11 agosto – a cura di Candyman

Frozen Plasma (foto di LilleRoger)

La seconda giornata del Festival ci vede ancora presenti al Tivoli; arriviamo mentre sta terminando il concerto degli inglesi Revolution By Night su cui non intendo dilungarmi: EBM (o future-pop per usare un termine più appropriato) non particolarmente brillante, anzi, diciamo pure mediocre. Tra i pochi brani ascoltati, segnalo solo la loro cover di “Visions in blue” degli Ultravox.

Dopo la canonica mezz’ora d’intervallo, salgono sul palco i Frozen Plasma; attendo con curiosità il loro concerto, avendoli persi per un soffio al Wave Gotik Treffen di Lipsia, visto che il loro Artificialè uno degli album che ho maggiormente apprezzato ed ascoltato nel corso di questi mesi. Il duo composto da Vasi Vallis e Felix Marc non deluderà le attese del sottoscritto e del numeroso pubblico, grazie ad un concerto veramente piacevole; nessun effetto particolare, nessun video o altre trovate sceniche (e posso convenire che dal punto di vista visivo non si tratti di uno show indimenticabile), ma solo un’ora di ottimo elettro-pop e scusate se è poco. Il valore dei pezzi di Artificial (l’album viene eseguito quasi nella sua interezza) già lo conoscevo, ciò che scopro oggi è che Felix Marc tiene benissimo il palco ed ha un’ottima voce: insomma, senza fare nulla di trascendentale, il duo tedesco dà vita ad un gradevolissimo concerto e li ribadisce nelle zone alte delle mie classifiche di gradimento.

La band successiva a salire sul palco è Faderhead; citato da più fonti come una delle “rivelazioni” dell’anno, il musicista tedesco si presenta sul palco accompagnato da una tastierista e da un batterista, eseguendo praticamente per intero i brani del suo disco d’esordio FH1. Se su disco i brani di Faderhead non mi erano spiaciuti (pur non suscitando in me gli entusiasmi letti altrove), devo dire che, per i miei gusti, il concerto è stato decisamente pessimo. La band tedesca dà una rilettura molto piu’ dura e rock dei suoi brani rispetto al disco, per un risultato che mi lascia assolutamente insoddisfatto: un sound “sporco” assai lontano dai miei gusti e così dopo una manciata di brani ripieghiamo in zona bar.

Finito lo strazio Faderhead, ho il piacere di imbattermi in Ronan Harris che come sempre si dimostra molto caloroso nei miei confronti: ottimo viatico per lo spettacolo che andrà a seguire. Inutile dire che quando i VNV Nation salgono sul palco il Tivoli è stracolmo e il clima di grande attesa è palpabile; Ronan e Mark sono accompagnati alle tastiere da Vasi Vallis (lo stakanovista di questo Festival, visto che domani si esibirà anche con il suo progetto Reaper) e da un altro elemento. Ronan mi pare in grandissima forma e trascina il pubblico da par suo, inframezzando i brani con siparietti comici di puro cabaret: un uomo un mito!! Anche se il mio non è un parere neutrale, è innegabile che lo show della band britannica sia stato immenso, uno dei migliori visti in questo Festival e che li conferma (ma non è una novità) tra le migliori band elettroniche in ambito “live”.
Questa la scaletta del concerto:
GENESIS – CHROME – ENTHROPY – CARBON – HONOUR – EPICENTER- LEGION – HOMEWARD – DARK ANGEL – PERPETUAL.
primo bis FURTHER – secondo bis BELOVED.

Terza giornata: 12 agosto – a cura di Candyman

Absurd Minds (foto di LilleRoger)

Sabato, terza giornata del Festival, ci dà l’opportunità di vedere un nuovo locale. Allontanandoci non molto dal Tivoli, arriviamo infatti al De Helling, locale un po’ più piccolo, ma assai carino, con una discreta capienza, un palco ampio ed alto ed un buon impianto audio. Il primo a salire sul palco è Vasi Vallis, che completa oggi il suo “tour de force” vestendo i panni di Reaper; il suo concerto è l’esatta copia di quello visto a Lipsia qualche mese fa. Vasi indossa una maschera ed è accompagnato da un paio di tastieristi che indossano lugubri sai con il cappuccio calato sul volto, mentre alle loro spalle vengono proiettati video che rimandano alle atmosfere di “Blair Witch Project”. Nonostante le trovate sceniche, trovo che la dimensione “live” non sia quella più congeniale a questo progetto che, come è inevitabile, non può risultare altro che la trasposizione di quanto proposto su disco (piccola variazione, anche oggi come a Lipsia, è l’aver cantato il refrain di “Cause of death:suicide” sul brano “Weltfremd”). Ad ogni modo, il pubblico gradisce e balla convinto ed anch’io non mi tiro indietro, visto che comunque apprezzo i brani di questo progetto ed in fondo, siamo qui per divertirci.

E’ quindi la volta degli Absurd Minds, gruppo che conosco dai loro esordi, ma che non ho mai avuto modo di vedere dal vivo. Poco male direi dopo l’esperienza di oggi. Fermo restando che in circolazione c’è di molto peggio e che i nostri ci danno dentro, rimane il fatto che la formazione tedesca non riesce a togliersi di dosso l’etichetta di “clone” dei Project Pitchfork (sopratutto per la voce del cantante) e che le loro canzoni siano un po’ tutte uguali oltreché debolucce.

Così, dopo qualche brano, ci rimettiamo in marcia verso il Tivoli, dove ci attende il concerto di Grendel: assolutamente devastante l’esibizione della band olandese che, supportata da un pubblico calorosissimo, fa vedere come non tutta l’harsh sia da disprezzare, anzi, lunga vita all’harsh-elettro quando si tratta di musica come quella proposta da Grendel. Un concerto esaltante che mi ha fatto ballare finché le gambe mi hanno retto, per un’ora di pura furia sonora, passando per le varie “Pax Psychosis”, “End of Ages”, “Soilbleed”, “Dont tame your soul” (cover di Leaether Strip”) e “Zombie nation”.

Welle Erdball (foto di LilleRoger)

Stremati ma felici ci spostiamo al piano superiore, per assistere dalla balconata al concerto dei Welle Erdball. Dopo gli entusiastici racconti di LilleRoger sui concerti della celebre band tedesca, attendo questo evento con molta curiosità che verrà ampiamente ripagata; passo infatti subito alle conclusioni dicendo che i Welle Erdball propongono in assoluto uno dei migliori concerti a cui si possa assistere, in ambito elettro e non solo. Uno spettacolo “totale”, dove la componente visiva non è meno importante di quella auditiva, anzi, le continue trovate sceniche della band lo rendono interessante anche a chi non fosse un loro grande estimatore; non è il mio caso, visto che apprezzo molto il loro particolare elettro-sound così retrò, con questa passione smodata per il Commodore 64 e per l’elettronica minimale. Nel loro consueto look ed accompagnati da due coriste (nella prima parte dello show con un look anni ’50 alla Audrey Hepburn e poi con completi di pelle nera) inizialmente collocate su pedane da cui mettono in movimento grandi triangoli illuminati con neon, i Welle Erdball si producono in un superbo show, proponendo tra l’altro in anteprima un paio di brani inclusi nel nuovo disco Chaos Total e la celeberrima “Starfighter”. Senza alcun dubbio il miglior show di questo Festival.

A chiudere la serata Combichrist; il progetto di Andy La Plegua è indubbiamente uno degli act di maggior successo del panorama elettronico, ed anche stasera si respira aria di grande attesa. Tutto questo entusiasmo non è condiviso dal sottoscritto e da LilleRoger, che (oltre che ad essere al loro terzo concerto di Combichrist nel giro di pochi mesi), poco gradiscono la formula di questo progetto, improntata ad un sound non certo per palati fini. Il concerto viene aperto dal nuovo singolo “Get your body beat” infiammando immediatamente un pubblico già ben predisposto, seguita quindi dai più acclamati brani inclusi nell’album Everybody hates you. L’entusiasmo del pubblico e la burinaggine del progetto di Andy corrono su binari paralleli: noi resistiamo per non più di 4 o 5 pezzi, dopo di che preferiamo tornare in albergo.

Quarta giornata: 13 agosto – a cura di Candyman
Giunge finalmente domenica, ultima giornata di questo Festival; eh sì, perché va detto che passare 4 giorni ad Utrecht sono decisamente troppi: la città è carina, ma da un punto di vista prettamente turistico, non le si può dedicare più di un giorno, massimo due. Figuriamoci quindi passarcene quattro, per di più afflitti da una pioggia che solo oggi concede tregua per una bellissima giornata di sole. A mio modesto avviso, per questo Festival sarebbe più congeniale una formula articolata solo su un paio di giornate, con un maggior numero di show nell’arco di 24 ore, piuttosto che la formula attuale un po’ troppo diluita.

Front Line Assembly (foto di LilleRoger)

Un po’ per goderci la giornata, un po’ perché non ci attraggono i gruppi in programma nel pomeriggio, ci rechiamo al Tivoli per il concerto di una band storica, nonché uno dei motivi principali che ci hanno spinto sin qui: Front Line Assembly. Arrivando in anticipo, incappiamo nel concerto degli Stromkern, che fanno da supporto al tour europeo della band canadese. Già più volte mi sono espresso negativamente sulla band di Ned Kirby che oggi non fa altro che confermare tali giudizi: decisamente sgradevole alle mie orecchie è la loro formula che unisce rock ed elettronica con insopportabili parti vocali prossime al rap. Insomma un vero strazio per una band che decisamente non fa per me.

Terminata la loro esibizione, ci tocca sorbire una lunga attesa prima di veder finalmente salire sul palco la leggendaria elettro-band canadese; Bill Leeb è accompagnato da due tastieristi, un batterista ed un chitarrista (tutti decisamente più giovani di lui, che trovo decisamente invecchiato, nonché sicuramente “alticcio”) e ci ripaga dell’attesa con un’ora di grande musica, passando in rassegna la loro vasta discografia: ovviamente risalto all’ultimo disco, Artificial Soldier di cui eseguono almeno tre brani (apertura con “Unleashed” e poi, se non erro, “Low life” e “Social Enemy”), passando (tra le altre) per la title-track del precedente Civilization e chiudendo con le classiche “Plasticity”e “Mindphaser”. Il termine elettro-industrial, spesso usato a sproposito, trova la sua sublimazione nel concerto di una delle band che ha contribuito alla creazione di tale genere; un ottimo show (peccato solo che i tempi del Festival ne abbiano contenuto la durata nel canonico termine di un’ora) che chiude in bellezza l’edizione 2006 del Summer Darkness Festival.

Links:

Summer Darkness: sito ufficiale



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