The Rapture: Pieces of the people we love

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Ver Sacrum Tre anni fa l’uscita dell’album Echoes diede un vero e proprio scossone alla sonnolenta scena indie-dance-alternative mondiale, non solo perché il lavoro in questione proponeva un inedito mix di sonorità che fino ad allora in pochi avevano osato accostare, ma soprattutto perché sembrava rivolgersi ad un pubblico piuttosto eterogeneo invece che a categorie di ascoltatori ben definite. Personalmente posso dire di essere rimasta subito affascinata dal sound dei newyorkesi, che mi faceva venire in mente le formazioni più disparate (dai Cure ai PIL, passando addirittura per i Planet Funk!) e nonostante ciò appariva fresco e coinvolgente. Chiaro quindi che il loro nuovo disco fosse una delle release più attese di questo autunno, non soltanto dalla sottoscritta ma anche da una fitta schiera di addetti ai lavori che aspettavano al varco la band con il sospetto (e la paura) che Pieces of the people we love potesse rappresentare una cocente delusione per chi aveva tanto apprezzato il suo predecessore. Devo ammettere che quando ho sentito per la prima volta il cd sono rimasta un po’ spiazzata, ma dopo ripetuti ascolti ho realizzato che i nuovi brani mi piacciono eccome! L’effetto che fanno è stranissimo, difatti la prima impressione è che siano spudoratamente commerciali e troppo simili a certe cose già sentite mille volte, ma alla fine la sensazione che lasciano è piacevole, a differenza di certi album che lì per lì ti esaltano per la loro originalità ma che poi non ti viene più la voglia di risentire. In poche parole i Rapture sono dei veri maestri nell’arte di miscelare stili diversi (giusto per fare un esempio dirò che pescano a piene mani dalla dance anni settanta, dalla new wave e in generale da tutta la musica alternativa delle ultime due decadi) e di rivisitare vari generi in chiave funky-rock, senza vergognarsi di assomigliare (ma solo a tratti) a questo o quell’altro gruppo (ascoltatevi “First gear” e ditemi se non ricorda i Red Hot Chili Peppers del periodo Blood sugar sex magik!). Rispetto al disco precedente Pieces… non include alcun “pezzo bomba”, qui infatti non c’è né una “Sister saviour” e neanche una “House of the jealous lovers”, ma canzoni come “The devil”, “Get myself into it”, “Down for so long” o la titletrack riescono comunque a fare breccia e a convincere appieno grazie al loro appeal danzereccio e alla loro semplicità, per non parlare del fascino di un sound che sa di vecchio e di nuovo contemporaneamente. Senz’altro Echoes si colloca su un livello superiore come qualità, ma quest’ultimo lavoro non sta poi molto più in basso…

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