Underøath: Define the great line

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Ver Sacrum Non c’è bisogno di usare tanti giri di parole per definire il nuovo (e atteso) lavoro degli Underøath, difatti Define the great line è una vera figata, una di quelle cose che appena le ascolti ti fanno subito pensare a quanto sono in gamba le persone che le hanno create… L’associazione di idee tra il concetto di talento e il sound sprigionato da queste undici tracce non è certo una forzatura, anzi direi che è la cosa più spontanea che può venire in mente nell’attimo in cui ci si rende conto di quanto sia bello il cd del sestetto americano, divenuto famoso un paio d’anni fa grazie all’album They’re only chasing safety e poi sparito dalla circolazione per rigenerarsi e tornare in pista più agguerrito che mai. Quello che colpisce di più di questa band è la capacità di accostare in maniera pressoché perfetta sonorità ultra-aggressive e potentissime con parti melodiche davvero pregevoli e per niente scontate. Ovvio che Spencer Chamberlain e compagni non sono i primi a fare una cosa del genere nell’ambito musicale a cui appartengono (lo scremo-rock o scremo-core), ma certamente sono tra i più bravi, e ti danno l’impressione che far convivere brutalità e dolcezza sia la cosa più semplice del mondo. Nei loro brani la furia del death metal e la velocità dell’hardcore si fondono con atmosfere sognanti che rendono il tutto digeribile anche per coloro che non amano molto la musica più estrema e pesante, ma le canzoni in questione sono anche da apprezzare per la loro grande varietà e per i numerosi cambi di tempo che le caratterizzano, vedi ad esempio l’ottima “Returning empty handed” (introdotta da un passaggio melodico/romantico che va a sfociare in un oceano di suoni fragorosi sostenuti da vocals sofferte e ispirate) e la travolgente “There could be nothing after this”, che stupisce per le mille sfaccettature che la contraddistinguono e per la sua intricatissima struttura sonora. Define the great line è uno di quei dischi che ti smuovono qualcosa dentro, che ti prendono al cuore e si fanno amare con facilità, un po’ come capita per le produzioni dei Thursday, che certo con gli Underøath hanno parecchio in comune. E sempre a proposito di similitudini, vi sembrerà strano ma il sestetto ogni tanto fa addirittura pensare agli svedesi Katatonia, sia per la capacità di emozionare l’ascoltatore, sia per il modo tutto particolare che ha di abbinare sonorità contrastanti. Inutile aggiungere altro a questo punto, se non che non vedo l’ora di riascoltare per l’ennesima volta il cd…

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