Arpia: Terramare

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Ver Sacrum Il nome degli Arpia mi riporta indietro di tanti anni; ricordo di aver perso, con mio grande dispiacere e per qualche motivo che ora non ricordo più, un loro concerto all’Universita “La Sapienza” occupata (se non ricordo male doveva essere il 1989 o il 1990) e l’acquisto dei loro primi due demo tape, intitolati De lusioni e Resurrezione e metamorfosi (ormai talmente consumati da essere quasi inascoltabili). Poco dopo ne persi le tracce, per ritrovarle improvvisamente nel 1992 con l’uscita del bel 7″ Ragazzo Rosso/Idolo e crine e nuovamente nel 2005 con il primo CD, Liberazione. Ancora un breve silenzio seguito da un concerto al Coetus di Roma, dopo di che il nulla. È quindi con notevole gioia che ho accolto la notizia del rientro degli Arpia nel mercato musicale, perché si tratta di uno dei pochissimi gruppi che ha seguito, fin dai suoi esordi, un percorso tutto suo, percorso che si è tenuto ben lontano dalle facili (ma spesso poco sicure) tentazioni del prodotto commerciale e dalle mode dalla durata effimera; anche le tematiche dei testi denotano un livello culturale e di interesse ben diverso dalla media di molte produzioni che, chissà perché, con una certa convinzione si autodefiniscono “colte”. Ma bando alla malinconia: veniamo a descrivere questa nuova fatica del gruppo, uscita a undici anni dal loro precedente lavoro. Alcune delle caratteristiche fondamentali del suono degli Arpia non sono cambiate poi così tanto nel tempo: in particolare l’affascinante voce di Leonardo Bonetti, vero e proprio marchio di fabbrica del trio. Al contrario, i suoni hanno perso buona parte dell’ispirazione wave più morbida e onirica, presente nei primi due demo tape, per acquisire maggior solidità e complessità, avvicinandosi a sonorità a metà strada tra certo progressive di ottima fattura e sonorità metal, riuscendo però e tenersi lontani dalle forme eccessivamente pompose e barocche di certo prog-metal. La scelta tematica di questo nuovo lavoro è tanto lontana da quella del precedente CD quanto difficile da trattare senza correre il rischio di cadere nella trappola della banalità: l’eros. E gli Arpia riescono bene nell’opera senza lasciarsi insidiare in alcun modo, in alcuni casi lasciandosi aiutare da persone che dell’uso della parola hanno fatto un’arte (alcuni brani sono tratti liberamente da opere di Torquato Tasso, Guido Cavalcanti, Ciacco dell’Anguillaia, Rinaldo D’acquino, Cielo d’Alcamo e Charlie Chaplin), in altri assemblando da sé le parole, spingendosi anche in direzione di un linguaggio ben poco metaforico. Non mi resta altro che aggiungere che, in questo Terramare, gli Arpia (le cui formazione a tre è rimasta invariata dall’epoca della fondazione del gruppo) si fanno aiutare dalla bella voce di Paola Feraiorni e da Tonino De Sisinno alle percussioni. Concluderei quindi sperando di poter vedere al più presto gli Arpia su un palco e sottolineando, se non si fosse intuito, che si tratta di un disco largamente consigliato non solo a chi già conosce e apprezza i precedenti lavori del gruppo ma anche a chiunque non si lasci spaventare da un suono hard molto composito, che non ha nulla di banale o già sentito.

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