Branches: Distance

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Mi sono accostato a “Distance” con grande curiosità, nulla sapendo dei suoi autori. E sufficiente si è dimostrato l’incipit oscuro dell’opener autocelebrativa e strumentale “Branches” a farmene innamorare. Qualcheduno potrà accusarmi di cedere con troppa disinvoltura alla nostalgia, ma un sound così dannatamente ottantiano giammai potrà lasciarmi indifferente. Il gruppo è attivo fin dal 1996, quando agiva sotto la sigla Trascendental Dark (meglio decisamente l’attuale), ed è costituito da quattro ragazzi che con questo ciddì giungono finalmente alla prova dell’esordio discografico, seppur auto-prodotto. “My time is falling out” conferma il loro amore incondizionato per quell’epoca: suono secco ed autarchicamente retrò, sezione ritmica squadrata, chitarra tagliente e voce enfatica ed epicheggiante, non si può chiedere di più! Fate attenzione, perchè i Branches non aderiscono per nulla all’attuale ondata revivalistica che sta montando con sempre maggiore decisione: “Distance” è molto più genuino, suonando per nulla artefatto. Lo dimostra l’obscurissima “From somewhere”, degna dei The Cure più crepuscolari e romantici, brano nero e vischioso come la pece che trasuda drammaticità da ogni nota. La dinamica “Show me your face” riesuma The Sound ma pure i Magazine meno manierati; il suono dei synth è molto vintage, ma la parte finale evidenzia qualche ingenuità, nulla comunque di tragico, mentre la breve “Mice” è tutto sommato trascurabile, risolvendosi in un esercizio (assente il cantato) in Ultravox-style. Risollevano le sorti del disco la enigmatica title-track, piccola perla naif per nulla ingenua, dimostrazione della coesione dei Branches, e la godibile e veloce “No direction”, dai bei fraseggi chitarra-synth-sezione ritmica. “The lure” e “First sights” nulla tolgono nè aggiungono a quanto finora esposto, risolvendosi in due classici spezzoni di dark-wave, ed introducendoci a “Where the dawn cames late”, una vera e propria mini-suite oscura che sfiora gli otto minuti. Impresa non facile, tener desta l’attenzione dell’ascoltatore su tali distanze, eppure superata brillantemente dai Branches. Echi curiani per una canzone di grande atmosfera, un plauso i suoi autori lo meritano! Ma non è finita, perchè “Distance” tiene in serbo una cupissima ghost-track. La produzione non è propriamente brillante, sopra tutto la voce è troppo in secondo piano, andando ad condizionare la somma finale. Comunque una sorpresa assai positiva, indi consiglio il contatto!

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