De Volanges: SDSS J090745.0+24507 (the Outcast)

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Ver Sacrum Ai belgi De Volanges va immediatamente attribuito un riconoscimento, ovvero quello (che sia ambito da quelle parti?) di detentore del titolo più strambo; come ignorare il chilometrico e cripticissimo “SDSS J090745.0+24507 (the Outcast)”, a tal punto ostico che loro stessi lo riportano errato (!) sul fascicoletto allegato al CD? Un bel mistero, che si tratti di un messaggio in codice? Si rischia davvero di perdere di vista il vero scopo di questo scritto, la musica. “The outcast” (così d’ora in avanti, per praticità e per non trovarmi colle dita aggrovigliate alla tastiera) parte davvero bene, con la ballata darkeggiante “The distance” rimembrante i più ispirati And Also The Trees. Non è un caso che l’insieme si attivo fin dal 1989, e che nei sette anni che seguirono si rese protagonista di un centinaio di concerti, supportando tra gli altri The Venus Fly Trap, Corpus Delicti e The Breath Of Life, e nel maggio del 1996 addirittura i Rosetta Stone al Camden Underworld di Londra. Seguirono alcuni anni di silenzio, fino alla rentree del 2002, culminata colla pubblicazione del presente disco nel gennaio scorso. Il loro scarno rock risente sicuramente dell’influenza capitale degli anni ottanta, quelli più oscuri ed autarchici, ma risulta ben più genuino di quanto proposto oggidì da legioni di imitatori (alcuni per la verità davvero bravi) che infestano la scena musicale, nemmeno tanto alternativa, visto l’universale riconoscimento tributatogli. Ma torniamo ai nostri amici belgi, i quali con “Spacewalk” proseguono nel loro viaggio a ritroso nel tempo, affondando le mani nel calderone della new-wave, dal quale traggono la pulsante “Sweet times burn”, dominata da basso e batteria (di Yvan Vanrechem e di Enrico Fialdini, due founding members col chitarrista Renaud Debast, col tempo si è aggiunta la percussionista Priscilla Dieu) e da una sei corde tagliente; su tutto il cantato, omaggiante la grande stagione del cold rock transalpino. “Darkover” è esplicita fin dal titolo, cupa interpretazione di un marcato sentimento di malessere. I quattro musicisti dimostrano di possedere un’intesa invidiabile, la quale va tutta a giuovamento della resa finale dei loro splendidi pezzi. Su ben altre coordinate si muove “Theme for the oucast”, veloce pezzo di tre minuti rimembrante a tratti gli U2 incrociati col nichilismo punk, mentre “Eye-catcher” è l’ennesimo anthem di un disco sempre più sorprendente. Atmosfere joydivisioniane permeano questa riuscita canzone, seguita dalla breve confessione di “Caresses draw maps II”. Ci si rituffa nel passato colla più estesa (si superano i dieci minuti) e classica “The november assault”, una ispecie di The Cure dei primi tempi rinvigoriti dall’assunzione di sostanziose pozioni post-punk. Una bella cavalcata epicheggiante sulla quale Steve Lillywhite avrebbe voluto apporre il suo sigillo. Nonostante la durata, il brano non stanca, tutt’altro. Non è finita, perchè in certe parti mi ha ricordato gli amatissimi The Armoury Show! Chiude la lenta e sofferta (ma dotata di repentine impennate) “This sorrow”, a proposito della quale nulla v’è da aggiungere che modificherebbe quanto suesposto. L’ascolto di “The oucast” si è rivelato davvero una piacevole sorpresa: una volta tanto, un disco di un gruppo riformato che ha un senso compiuto, e che non risulta una mera e nostalgica rivisitazione/celebrazione del proprio passato. Bentornati ai De Volanges, speriamo che presto si rifacciano sentire!

Per informazioni: www.str8linerecords.com
Web: http://www.devolanges.be
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