Death In June: Free Tibet

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Ver Sacrum A occhio, direi che Free Tibet non si possa esattamente definire come un nuovo lavoro dei Death In June: si tratta, infatti, di una serie di remix e versioni alternative di vecchie registrazioni risalenti all’epoca di But, what ends when the symbols shatter e Rose clouds of holocaust; in quasi tutti brani si riconosce la voce di David Tibet che ha smesso di collaborare con Douglas P. da parecchio tempo. Non so cosa ne pensi il buon Tibet di questa trovata: generalmente cerco di tenermi alla larga dai pettegolezzi della rete e dai piccoli e grandi litigi tra i gruppi; ad oggi, in ogni caso, non ho avuto sentori di grandi problemi sorti in giro. Lo stesso titolo sembra essere un gioco di parole tra il nome del paese (“Tibet libero”) e quello del signor Current 93 (“Tibet gratuito”). Nel dettaglio, i sette brani sono costituiti da tre remix di “Lifebooks” (intitolati, in ordine di apparizione “Death books I”, “Love Books” e “Death books II”), due remix di “This is not paradise” (intitolati “This is paradise I” e “This is paradise II”), una versione alternativa di “Jerusalem the black” e una di “Daedalus rising” (intitolata “Daedalus falling”). Per diversi motivi (tra i quali il principale è la scarsa qualità delle ultime produzioni musicali) devo dire che è da diversi anni che ho smesso di seguire le vicende della Morte in Giugno; questa nuova prova non mi spinge a cambiare idea in maniera sostanziale, anzi, forse è un ulteriore segno di una vena creativa che si è persa lungo la strada. I tre remix di Lifebooks sono molto simili tra loro e abbastanza noiosi; senz’altro meglio quelli di “This is not paradise”, soprattutto il secondo che, pur avendo una prima parte similissima all’altra versione, chiude il lavoro con i suoi oltre dieci minuti. “Daedalus falling”, se non erro, è identica a quella a suo tempo inserita nell’EP Paradise rising così come “Jerusalem the black” è praticamente indistinguibile dall’originale. Personalmente mi sfugge il senso di una pubblicazione di questo genere, a tanti anni di distanza dall’uscita degli originali. In ogni caso, trattandosi di brani scaricabili esclusivamente dal web (al seguente link, hanno l’indubbio vantaggio di essere gratuiti. Si possono inoltre vedere (e, anche se non sono ancora riuscito a vederli, forse è l’unico senso che riesco a dare a Free Tibet) i video associati ai sette brani su Youtube.

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