Hot Chip: The warning

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Ver Sacrum La prima volta che ho ascoltato il singolo “Over and over” mi sono domandata chi diavolo fossero i tizi che lo avevano realizzato, difatti mi era sembrato una vera schifezza, una di quelle cose in cui speri di non imbatterti mai più: da quel momento sono passati alcuni mesi e le mie idee sull’argomento sono abbastanza cambiate, anche perché mi sono resa conto che, tutto sommato, la musica degli Hot Chip (band londinese capitanata da Alexis Taylor e Joe Goddard) può dare l’impressione di essere noiosetta e dozzinale, ma in realtà una volta che ti è entrata in testa non ne esce più! In pratica si tratta della stessa situazione che si creava negli anni ottanta quando c’erano tutti quei gruppi pop inglesi spudoratamente commerciali e simili l’uno all’altro: le ragioni per non sopportarli erano parecchie, ma alla fin fine uno si ritrovava a canticchiarne le canzoni anche se queste ultime, in teoria, non gli piacevano granché… Ovviamente gli Hot Chip devono moltissimo proprio agli anni ottanta e al synth pop britannico, difatti non nascondono di essere stati influenzati dai New Order (ma qualcuno, parlando di loro, ha citato pure altri tipi di influenze, vedi ad esempio quella dei Kraftwerk…) e dalla nuova scena “indie-electro” (termine che non esiste, ma che in questo caso utilizzo per comodità) americana e non, vale a dire quella nata attorno al fenomeno LCD Soundsystem, che british non è di sicuro ma che lo sembra in tutto e per tutto. Cosa dire quindi di The warning, oltre al fatto che non è un lavoro poi tanto facile da recensire? Beh, senz’altro bisogna sottolineare che i brani in esso contenuti sono apparentemente semplici e immediati, ma in realtà sono quel genere di composizioni curate in ogni dettaglio, sia durante la fase di realizzazione che in quella di produzione (da notare che proprio quest’ultima conferisce al sound una patina “old-fashioned” che, in certi ambiti musicali, fa tanto tendenza!). Il già citato “Over and over” non è comunque l’unico episodio da segnalare dell’intero disco, ci sono infatti diversi altri pezzi con caratteristiche molto simili (e che rimangono subito impressi), vedi ad esempio “No fit state”, “Boy from school”, “Tchaparian” o “Arrest yoyrself”. Insomma, come avrete capito questa è la classica release “bastarda” di cui vorresti pensare e parlare male, ma che sai benissimo che non puoi stroncare perché non lo meriterebbe: quando mi capita di parlare in termini negativi di un album si tratta sempre di qualcosa che, una volta recensito, non ascolto mai più, e sinceramente non credo che ciò accadrà nel caso degli Hot Chip!

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