Cradle Of Filth: Thornography

0
Condividi:

Ver Sacrum E chi l’avrebbe mai detto che a dodici anni di distanza da The principle of evil made flesh avrei ancora parlato bene di un gruppo come i Cradle Of Filth? All’inizio della scorsa decade Dani e compagni sono stati tra gli iniziatori del filone symphonic-black, e anche se nel giro di poco sono diventati la caricatura di loro stessi (basti pensare al look sempre più esasperato e pacchiano, oppure ai mitici “urletti” isterici dell’appena citato cantante…) sono comunque riusciti a sfornare alcuni bei dischi, vedi ad esempio l’ottimo Dusk and her embrace (1996), davvero imperdibile per chiunque non sappia granché di questo stile musicale e voglia ascoltarne i lavori più rappresentativi. Col passare del tempo la proposta dei COF si è fatta sempre più scontata e la band ha cominciato a risentire dell’inevitabile decadenza del genere che aveva contribuito a creare, ma in un certo modo si potrebbe dire che con Thornography ha dato prova di essere risorta dalle proprie ceneri, e di essere ancora in grado di dar vita a produzioni interessanti. L’album, infatti, è un po’ una summa di ciò che il gruppo ha fatto in più di dieci anni di carriera, e si potrebbe dire che i “marchi di fabbrica” che ne rendono inconfondibile il suono si sommano a una serie di elementi che danno un tocco di modernità a queste dodici tracce, incentrate su brutalità e melodia, ma mai troppo pompose o barocche. Insomma, a quanto pare i Cradles si sono accorti di aver esagerato, ed hanno capito che per svecchiare il loro sound dovevano dimenticarsi un po’ le tastiere e lasciare grande spazio alle chitarre, optando per le più svariate soluzioni (i riffs infatti non sono più quelli tipici del black, ma sono diventati più orecchiabili e sembrano rifarsi un po’ a tutta la tradizione metal, comprese le ultimissime “tendenze”!). Canzoni come “The foetus of a new day kicking” (vagamente alla Inflames), “I am the thorn” (una specie di strano incrocio tra gothic e metalcore), “Dirge inferno” (un bell’esempio di death “evoluto”…) e “Cemetery and sundown” (anch’essa vicina a certo metalcore) dimostrano che gli inglesi non hanno affatto esaurito la loro vena creativa, e con ogni probabilità piaceranno anche a chi, come la sottoscritta, aveva smesso di seguirli da molto tempo, pensando che non sarebbero mai riusciti a proporre qualcosa di diverso dalla solita minestra riscaldata. Mi fa quindi piacere essermi sbagliata, e poter ancora apprezzare una formazione che avevo dato completamente per spacciata almeno un lustro fa!!

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.