Dope Stars Inc.: Gigahearts

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Ver Sacrum I soliti, esagerati DSI! In poco più di tre anni (il parto risale alla primavera del 2003) questi coloratissimi individui sono riusciti a suscitare attorno al loro monicker un discreto rumor, ottenuto pure grazie ad una attenta gestione promozionale della loro immagine, aspetto sovente trascurato dai gruppi italiani. Collaborazioni importanti (Thomas Rainer e John Fryer misero le mani su “Neuromance”, doppio CD che vantava nella sua sezione seconda un impressionante numero di ospiti qualificati), partecipazione ad eventi che contano (Amphi Festival, M’Era Luna, Wave Gothik Treffen/Leipzig) assicurati dalla prestigiosa agenzia Contra Promotion, un numero di uscite calcolato alla perfezione (si pensi all’ultimo “Make a star”, ricco di contenuti extra) affinchè il nome sia sempre caldo e rimanga ben presente senza per questo inflazionare il mercato, ecco in poche righe esplicato il senso della loro frenetica attività. Ora, se scrivessi che il combo romano si è inventato un genere, potreste tranquillamente darmi del rimbambito (beh, non è che poi avreste tutti i torti…), certo è che la furba miscela utilizzata fa sì che il pubblico al quale è destinata sia il più ampio possibile. In loro riconosco un certo autoindulgente furore iconoclasta che già si riscontrò nei Motley Crue dell’epoca “Too fast for love”/”Shout at the devil”: l’atteggiamento, le pose glamour, il trucco ed il look, la naturale predisposizione alla creazione di pezzi immediati sono dei punti di contatto che non posso esimermi dal fissare. “Multiplatform Paradise”, “Beatcrusher” e “Braindamage” possiedono tutta la malizia del brano costruito per mietere vittime tra gli ascoltatori, con la voce viziosa di Victor Love che, continuando il paragone colla colorata ciurma losangelina, pare proprio un figlio illegittimo di Vince Neil (quand’era più filiforme, affamato di successo ed in*****to nero!), “Lost” è il semi-lento che ci vuole dopo tre schegge forti, e poggia su d’un bel lavoro di chitarra (Alex Vega dosa con sapienza melodia ed aggressività), del basso di Darin Yevonde e delle tastiere dell’impegnatissimo Grace Khold. Si continua col possibile singolone “Can you imagine”, vagamente depechemodiano e per questo molto a la page, mentre la brutale “Play’n’kill” è industrial/EBM che vi esploderà in testa come minacciato dal titolo successivo “Bang your head”, e saper incastrare perfettamente ritornelli indimenticabili su strutture così violente è da pochi; “Just the same for you” è lento gothikeggiante, “Technologic age” corre via come un treno impazzito, ancora elettro a piene mani domina la maligna “Citizen Xt99”, la conclusiva “Critical world” si affida a schitarrate nervose ed ad un tappeto tastieristico perfetto, e chiude positivamente un disco privo di cedimenti. Produzione pulitissima (by Victor Love) ed il consueto artwork curatissimo e visionario (griffato Grace Khold, of course) rappresentano ormai la regola alla quale ogni loro disco non può non soggiacere. Sarà difficile resistere a “Gigahearts”, questa amici lettori è la 7th generation of rock’n’roll!

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