Childhood Dilemma: Atropa Belladonna

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Ver Sacrum Il look esibito dai losangelini Childhood Dilemma richiama quello di tante bands attuali, con abiti rigorosamente neri e sfoggio di eyeliner, ma non trattasi una volta tanto del solito gruppastro post-dark, in quanto Benjie Collantes, Angelo Castillo e Lance Yabut sanno offrirci decisamente di più. “Uma oracao para los espiritos” è l’inquietante intro che apre il lavoro, e merita un cenno anche solo per il bellissimo titolo ad essa attribuito. Incalza il primo pezzo vero e proprio, quella “Helen” decisamente cupa e molto americana nei suoni, senza che per questo la si possa collocare con troppa superficialità nel capiente contenitore denominato death-rock. E’ una bella ballata melancolica e guidata dalle chitarre, oltreché dalla caratteristica voce di Benjie (già former vocalist di Sisa’s Veil e di Spiral Echo), ottima spalla per il riverberante sound prodotto dagli strumenti di Yabut e di Castillo. La title-track è un bell’episodio tirato che piacerà senza altro a tutti coloro che apprezzano certe sonorità provenienti dagli USA, qui l’influenza dei Bauhaus, ma anche di loro conterranei quali London After Midnight e Prophetees si fa decisamente sentire. “Affection” rimanda a Requiem In White e filiazioni pur non essendo assolutamente derivativa, il triste incedere di “In the dark” esprime un latente sentimento di sofferenza, è sorprendente come i CD, ad onta di una spartana strumentazione, riescano a rendere così pieno il suono di questo bel disco, oltretutto graziato da una ottima produzione. “Executioner” è l’ennesimo tassello oscuro che va a comporre “Atropa belladonna”, non un brano imperdibile, comunque di buon livello. Che subisce una vera e propria impennata con l’immaginifica “Grey skies”, una delle migliori del lotto! Umori a la Projekt caratterizzano l’impianto chitarristico di “Thirst”, la quale si snoda lungo sette minuti di angoscia e di travaglio, un pochino arruffata è invece la svelta “As the world turns”, anche se il risultato finale nel complesso è buono, grazie sopra tutto al vigoroso strumentismo che collo scorrere dei minuti appare decisamente più centrato. Ogni tanto una bella sferzata d’energia ci vuole, e questa scheggia assolve con puntiglio al proprio compito. AB è chiuso ufficialmente dalla vagamente modern (leggi il cantato alla My Chemical Romance) “The healing”; completano la track list la reprise di “Thirst” e l’extended version di “Atropa belladonna”, che nulla aggiungono a quanto fino ad ora espresso dal trio californiano, e che se non altro ci offrono una ulteriore prova della sua bravura. Leggo dalla parca bio che i nostri si sono riformati nel corso del 2006 dopo un periodo di stop forzato, confesso che nulla di loro sapevo prima. Rappresentano quindi una bella sorpresa, l’ennesima di questo morente anno proveniente dagli States. Di queste sonorità mai sarò sazio!

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