Bloc Party: A weekend in the city

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Ver Sacrum Negli ultimi due anni si è fatto un gran parlare della scena “brand new wave”, ovverosia di tutti quei gruppi inglesi formati da ragazzi giovanissimi che hanno deciso di mettersi a fare musica ispirata al sound degli anni ottanta (in particolare al rock, al post-punk e alla wave…). Molte di queste formazioni hanno ottenuto un enorme successo di pubblico e di critica con i loro debut album, ma è chiaro che tutti li stanno aspettando al varco e sono curiosissimi di sapere se, con i loro prossimi lavori, riusciranno ancora a suscitare entusiasmo negli ascoltatori, cosa che peraltro risulta assai complicata per la stragrande maggioranza degli artisti, giovani o “stagionati” che siano. I Bloc Party sono senz’altro tra le band più rappresentative dell’attuale scena alternative britannica e sono proprio tra coloro che sono “esplosi” subito dopo la pubblicazione del disco d’esordio (pare infatti che Silent alarm abbia venduto circa un milione di copie…), ma adesso anche per loro è arrivato il momento di dimostrare di che pasta sono fatti veramente, e di farci capire se la fama guadagnata un paio d’anni fa era meritata oppure no. Per quanto mi riguarda, però, A weekend in the city non è il cd migliore che il quartetto avrebbe potuto tirar fuori ed ha infatti deluso le mie aspettative, rivelandosi discontinuo e per certi versi privo di quella carica dirompente che tanto caratterizzava il suo predecessore. Da un lato è doveroso apprezzare il fatto che Kele Okereke e compagni abbiano evitato di proporre la fotocopia di quest’ultimo, ma purtroppo i nuovi brani mancano un po’ di efficacia e anche dopo numerosi ascolti non riescono a convincere granché. Bisogna poi fare un distinguo tra la prima e la seconda parte dell’album, difatti le canzoni poste in apertura (vedi ad esempio “The prayer”, “Song for clay”, “Waiting for the 7.18”, “Uniform” e “Hunting for witches” ) sono di qualità superiore rispetto alle altre, che non sono “brutte” ma appaiono banali e prive di mordente. L’impressione è che il gruppo non manchi affatto di talento (il singer Kele, per esempio, è protagonista di un’ottima performance ed ha senz’altro grandi capacità vocali…) ma che abbia un po’ perso l’ispirazione per la strada, e che avrebbe dovuto aspettare di avere a disposizione parecchi pezzi davvero belli invece di assemblare in fretta e furia un prodotto di dubbio valore. Difficile stabilire le cause di tutto ciò e le possibili “colpe”, difatti è possibile che la band sia stata costretta dai discografici a comporre nuovo materiale nel minor tempo possibile, e che quindi non sia riuscita a dare il meglio di sé, ma purtroppo il risultato non cambia, e a noi non rimane altro che sperare per il meglio riguardo la prossima release…

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