Ex Voto, per grazia ricevuta

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Valentina Fino © Valentina Fino

Le dense, folgoranti, carnali visioni di Valentina Fino hanno radici profonde. Innanzi tutto il Sud, da cui l’artista proviene. La religiosità popolare del Sud, intrisa di gusto barocco e sublimi eccessi, di santi sofferenti e cuori trafitti, ma anche di autentica devozione. E di questa devozione, la Fino non si prende gioco: le sue sono “traduzioni”, forti e non per tutti, ma completamente empatiche con le istanze di una religiosità diffusa, vissuta, accidentalmente cattolica (il ricordo degli inquietanti racconti “religiosi” della nonna, è intenso e sentito con affetto). Non a caso, nelle sue rappresentazioni polimateriche, l’artista predilige l’utilizzo di santini usati, “pregati” e consunti. Un oggetto (di carta) diviene segno ed emblema di una voglia di assoluto matericamente, fisicamente vissuta. E se l’artista stessa tiene a rimarcare nella sua opera l’assenza di una volontà di celebrazione religiosa tradizionalmente intesa, tuttavia è innegabilmente presente, in questi cuori di latta trasformati in sanguinanti cuori di carne, il sentimento di una sacralità del vivere, un profondo sentimento di pietas per la condizione umana, e quindi, ovviamente, per la propria.

I cuori di Valentina sono di carne, feriti e dolenti, ma non v’è compiacimento, o peggio vuoto senso della provocazione “macabra”, non esiste oscurità: i cuori di Valentina sono immersi nel colore, colori forti, accostamenti abbaglianti, che gridano e reclamano vita, e che di vita parlano. Le sue opere, certo, richiedono un certo impegno una certa “complicità”, chiedono di accettare la realtà del loro sanguinare, per superarla e per non averne paura, per intingere gli occhi nell’urlo del colore che li sorregge e per celebrare la vita.

Anche l’azione di raccogliere intorno a sé oggetti i più disparati – oltre i santini -, orfani e perduti, e di ridar loro vita (eterna?) filtrandoli attraverso un atto di volontà artistica testimonia dell’ansia vitale di Valentina Fino: quasi una ricerca alchemica, quasi il trasformare materia in energia, anche se in realtà, secondo l’artista sono gli oggetti “che chiamano”. Con l’utilizzo della tecnica della cartapesta, poi, siamo ancora da queste parti: c’è ancora una volta il legame con la tradizione della propria terra (i mastri cartai pugliesi), c’è il ricordo della propria infanzia (la prima tecnica imparata da bambina) ma c’è soprattutto il fascino di una tecnica “povera”, ma che comporta la trasformazione di “qualcosa in qualcos’altro”, attraverso un’azione di manualità, molto fisica (“regalami un trapano e mi fai felice”, mi ha detto Valentina in uno dei nostri primi colloqui), molto artigiana, di cui l’artista ha una padronanza sorprendente.

Ma, come abbiamo detto, le radici dell’opera della Fino sono molto profonde. C’è l’esperienza nel mondo underground barese, l’abitudine all’utilizzo di supporti non certo “nobili” (i muri), la familiarità nell’uso di una certa espressività street, della lingua rock e dunque una certa “allergia” per il linguaggio in qualche modo mediato: immediatezza, è la parola magica per Valentina, ed è ciò che lei in qualche modo esige davanti a suoi quadri, per apprezzare appieno la serietà dei suoi assunti, ma non la loro seriosità, per entrare appieno nel gioco dell’ironia sempre presente nelle sue opere (lasciatevi guidare dai titoli, da quello dolente di “Telegiornale”, a quello sarcastico di “Controllo delle nascite” a quello strepitosamente comico de “La trappola di Riccardo”).

Infine, comunque, Valentina Fino vuole essere artista: la tela, l'”oggetto fatto per essere appeso” lo testimoniano. E nonostante si schermisca al solo accenno, la sua opera è pienamente immersa nelle estetiche e nelle istanze dell’arte postmoderna, e (post) industriale: il polimaterismo, l’arte povera, lo sberleffo dadaista, la riproducibilità e la “luccicanza” pop (emblematico l’uso dell’acrilico). Fermenti digeriti e riproposti in modo certamente non mediato o calcolato, ma tuttavia presenti e sicuramente abbastanza forti e riconoscibili da potere arrivare agli occhi dei frequentatori del mondo artistico mainstream: su questo siamo pronti a fare una scommessa.
Ma ora diamo la parola a Valentina…

Allora, Valentina: chi è Valentina?

V. è un’anima inquieta. Dalla risata facile e dai pensieri fitti. Di nero vestita, ma colorata nelle parole e nei gesti. Un giullare col broncio. Un po’ suora e un po’ strega. E non si prende mai troppo sul serio. Pensa che in fondo la vita sia un gioco… di cui però hanno dimenticato di spiegare le regole!

Chi credi possano essere i destinatari ideali dei tuoi lavori?

Guarda, penso che facciamo prima a dire chi NON sono i destinatari ideali del mio lavoro. Per esempio la gente che non sa ridere. E quella che non è capace di piangere. Chi si rifiuta di vedere e di sentire. E chi non ha mai sofferto. Gli ignoranti, i pavidi…e tutti quelli che sono convinti che non finiranno all’inferno. Mi sa che ho falciato via un bel pezzo d’ umanità, che dici?

Che tipo di reazione ti aspetti dal pubblico davanti alle tue opere? E quali ha constatato fino ad oggi?

Mi basterebbe che facessero pensare. Anche per pochi secondi. Ciò che desidererei è che se ne superasse l’apparenza. Decifrare il motivo della propria inquietudine, invece che voltare lo sguardo. Tutto qui. Purtroppo in Danimarca, non essendo un paese dalle tradizioni religiose radicate come le nostre, il significato primario è andato un po’ perso. La scelta di un fil rouge

cattolico-romano ha quindi penalizzato la diffusione degli Ex Voto nel luogo in cui vivo. Ma io non dispero, il mondo è grande. Ad oggi le reazioni sono state piuttosto variegate… fra tutte il disgusto è preponderante. In Danimarca come in Italia. Peccato. Pensare che invece a me succede la stessa cosa quando seguo il telegiornale……de gustibus.

Puoi cercare di illustrarci il percorso che porta alla creazione di un tuo lavoro?

Credo che le idee “nascano” da immagini, pensieri, ricordi e paure che porto in me e che casualmente si fondono, prendendo vita e forma. Di solito non faccio uso di bozzetti. O se ci sono si sono da tempo smarriti nell’oceano di carta che mi circonda. Le “illuminazioni”, come mi piace chiamarle, possono arrivare in qualsiasi momento. Tutte insieme. Stupefacenti e sconcertanti. Mi lasciano senza fiato, come rintronata. E in quel momento DEVO fermarle in una frase, disegnare quelle forme… non importa dove mi trovi. Al trasloco seguente mi chiederò cosa mai avrò scritto nei geroglifici fatti a biro sul quel menù del Thai-Take Away scivolato da un libro. Dall’ideazione alla realizzazione possono passare diversi mesi. Preferisco aspettare e progettare mentalmente. Scrivo ancora. Puntualmente perdo tutto. Intanto gioco con gli elementi e i colori, torturo la materia, la faccio accoppiare. Inizio. E non ho pace finché non ho terminato. In poche settimane le creature sono intorno a me e richiedono attenzioni.

Telegiornale © Valentina Fino

Come scegli i materiali eterogenei che usi?

Sono loro che scelgono me. Fan capolino, li trovo nei posti più disparati. Provengono da vari paesi, alcuni da molto lontano. Possono aspettarmi dappertutto, dietro un bidone dell’immondizia o ad un angolo di strada, sotto il sedile di un bus… in un bagno pubblico. “Prendimi”, dicono. E trovano sempre posto nella mia borsa senza forma né fondo. Così, porto questi tesori metropolitani a casa con me, dove restano a dormire in una cassa, fino al momento di acquisire un nuovo significato. La scelta di usare la cartapesta invece è legata alla mia infanzia. E’ stata la prima tecnica appresa da bambina. Un amore che dura da tanto tempo ormai.

Ci sono correnti artistiche che ti hanno influenzato più di altre?

Se l’hanno fatto non me ne sono accorta. In realtà non ho un solo artista preferito, né una corrente, lo trovo limitante. Posso provare la stessa travolgente emozione alla vista del disegno di un bambino… come di fronte a una tela di Vermeer.

I tuoi ex voto sono visivamente molto forti, anche macabri. Ma non mi sembrano per nulla disperati: mi sembra di cogliervi molta vitalità, energia e – in fondo – molto colore. Sbaglio?

Grazie, sono lusingata… No, hai perfettamente ragione. Gli Ex Voto non sono e non potrebbero essere disperati, semmai l’esatto contrario. Come ogni persona cresciuta in uno stato cattolico saprà, gli ex voto sono un omaggio in seguito ad una “grazia” ricevuta dal proprio santo, martire o beato che sia. Pur prendendo in prestito l’iconografia cattolica i miei Ex Voto non hanno assolutamente velleità religiose. Vogliono rendere omaggio alla vita tutta nella sua realtà. E a ciò di bello e di brutto che mi ha regalato. Ciò che mi ha fatto crescere e ciò che ancora mi fa sanguinare. Non rappresentano altro che il mio stesso cuore. Sono feriti ma non sono morti, e questo li rende semmai soltanto più vividi. Sono Ex Voto all’amore, alla sofferenza, al sesso, all’angoscia e alla gioia. Anche alla morte. E ad una vita vissuta… per grazia ricevuta.

Non posso fare a meno di chiederti qual è il tuo rapporto con la tradizione cattolica.

Pur seguitando a professarmi atea dall’età di nove anni, la relazione con la “mia chiesa” resta in verità tumultuosa e conflittuale. E’ sottile il confine fra quello che sei convinto di credere e quel che ti hanno spinto a credere. La fede nella religione è una fede cieca, confortevole. Io vorrei invece tenere i miei occhi ben aperti. Ho fede nelle persone. Però, anche se tanto vigorosamente rinnegate, le tradizioni e le credenze radicate in me continuano ad inquietarmi nel profondo. Come quando la nonna mi leggeva le vite dei santi, togliendomi il sonno per mesi e scatenando in me morbose fantasie di sangue, dolore e morte… (ti voglio bene, Nonna). E le chiese scure, pregne di odori di corpi e incensi continuano ad esercitare su di me uno strano magnetismo. Mi turba l’alone nero del cattolicesimo e allo stesso tempo sono troppo razionale per potervi credere. Ciò mi crea conflitto. E il miglior modo che conosco per combattere traumi e paure è quello di esorcizzarle. Un controrituale. Cosa che ho fatto.

E con il Mediterraneo e il tuo Sud, ora che ti sei spostata così a nord? Il tuo approccio al lavoro e alla materia che tratti, per temi e riferimenti mi sembra in fondo molto “mediterraneo”.

Lo è, senza dubbio. Come lo sono io. Ma non sono una persona nostalgica, anzi devo confessare che ho iniziato davvero ad apprezzare e amare la Puglia solo dopo essermene allontanata. Sono contenta di aver lasciato l’Italia e di essere entrata in questa nuova dimensione. Come puoi vedere amo le contraddizioni, e la mia mediterraneità si è sposata incredibilmente bene con le vedute nordiche e i lunghi inverni imbiancati di neve. Qui la natura ha un verde abbagliante, e la città contorni fiabeschi, una gioia per lo sguardo ogni giorno… ma quando sei distante, i luoghi e la gente della tua terra assumono un’altra dimensione. Riesci a vederli nella loro pienezza. A scindere e identificare il bello e il buono. Non avevo mai ascoltato una tarantella prima di venire qui, e soprattutto mai con un metro di neve in giardino. Ed ogni estate mi scoppia il cuore quando rivedo le campagne coltivate ad ulivi, il sole rovente sulla terra rossa, il mare, i papaveri. Anche buona parte del materiale viene dal sud. I santini, tutti originali, sono stati raccolti fra Puglia e Calabria. Molti sono scoloriti, rimaneggiati tante volte, pregati, consumati dal contatto con tante mani. L’uso della cartapesta poi, come ti dicevo, mi avvicina ulteriormente alle mie origini. E’ una tecnica povera, fatta di poco, ma che allo stesso tempo offre enorme versatilità e permette di ottenere risultati estremamente realistici. Basti pensare al virtuosismo esibito dai mastri cartai nella realizzazione dei carri per il meraviglioso carnevale di Putignano. Ho una profonda dedizione per la carta.

Ti chiedo di fare il nome di uno scrittore, di un musicista, di un artista e di un regista a cui sei maggiormente legata.

Sono più d’uno, in verità… Fra gli scrittori sono devota a Lewis Carrol e alla sua dolce e lisergica Alice nel Paese delle Meraviglie, al calore di Isabelle Allende e di Gabriel Garcia Marquez, infine al penetrante underground di mia sorella Marina. Per la musica accendo un cero ai Ramones (Joey e Dee Dee, orate pro nobis…), uno a Billie Holiday e infine alla voce di Grace Slick (frontwoman dei Jefferson Airplane). Fra gli artisti, anche se sembrerà un clichè, prego spesso René Magritte. Ma l’ultima Ave Maria della sera è rivolta a un’altra icona: la grande pin-up Bettie Page. Beati sono i registi Quentin Tarantino e George Romero, sempre siano lodati i Monthy Pyton! Amen.

Quale riterresti la colonna sonora ideale delle tue opere?

La musica è parte integrante della mia vita. E sono moltissimi i generi che raccolgono la mia benedizione, quindi non mi sentirei di dare un consiglio in questo senso. Come vedi a volte sono le associazioni più improbabili che producono i risultati più interessanti. Certo, se esistesse qualcosa a metà fra il punk e l’opera…

La trappola di Riccardo © Valentina Fino

C’è un artista contemporaneo che senti più vicino a te?

Devo ammettere (mea culpa!) di non essermi mai davvero interessata alla scena artistica contemporanea. Quindi questa domanda mi confonde un po’. Però diversi anni fa scoprii per caso un locale sotto il livello della strada, in un vecchio quartiere di Copenaghen. E’ buio e polveroso, per vederne l’interno devi chinarti, e dalle piccole finestre scorgi poco o niente. Ci vogliono vari secondi per abituare lo sguardo all’oscurità… e allora si svela ai tuoi occhi un’immagine da fiaba horror. Ci lavora un artista danese, che da decenni vi raccoglie materiale per le sue sculture antropomorfe. Opere che realizza con animali imbalsamati, ossa umane, scheletri di varie creature, manichini, bambole, abiti in pelle, vestiti d’epoca, catene e crocifissi… Ignoro il suo nome. Ma lo ammiro profondamente.

Infine, non posso fare a meno di farti la domanda canonica: progetti futuri?

Non posso parlare del futuro senza prima far ritorno al passato. Ti farò una confessione: gli Ex Voto si sono materializzati in seguito ad un trauma. E’ stato dopo il 6 luglio del 2005. Giorno in cui mi trovavo a Stansted, aeroporto secondario di Londra. Il giorno in cui esplodevano le bombe nella metropolitana della capitale. Ad appena un paio di stazioni di distanza da me. Delle bombe seppi arrivando in Italia. Erano scoppiate nel momento in cui stavamo decollando. Sono conscia del fatto che non sarei morta. Ma è come se le avessi sentite vicine. Ho avuto paura. Non credo in questo fantasma islamico con cui cercano di terrorizzarci e contro il quale ci aizzano: la vita è uguale per tutti. Però qualcosa è cambiato dentro di me. C’è chi ha la crisi mistica. E in un certo senso anche io “ho visto la luce”. Sono passata improvvisamente dalla mia abituale propensione all’autolesionismo ad interessarmi della vita maltrattata, ad amarla. Ho fatto un voto. Quello di proteggerla e onorarla sempre e difenderla come mi è possibile. Con le armi che naturalmente possiedo. Quindi al progetto Ex Voto ne seguirà presto un altro (nato appena poche settimane dopo), battezzato Teddy Bear. Sarà dedicato all’infanzia ferita e violata. Il mio personale urlo di dolore. Una sorta di album dei sogni infranti. Che spero non passi inosservato.

Cosa ti auguri, per te, Valentina?

…oltre che diventare ricca e famosa? Di continuare a vivere. Di riuscire a cambiare qualcosa, poter parlare attraverso il mio lavoro… Ho la mia crociata da portare avanti!

Per chiudere, un messaggio a chi ha letto questa intervista…

Penso che dopo questo fiume in piena sia solo un suggerimento pro forma… L’unica cosa che posso dire è grazie di cuore a chi ha letto e prestato attenzione al mio lavoro. E grazie soprattutto a te e alla redazione di VS tutta per avermene dato la possibilità.

VALENTINA FINO.
Nasce a Bari negli anni ’70. Segno zodiacale: cuspide Vergine/Leone, ascendente Leone… congiunzione planetaria inverosimilmente simile a quella di Napoleone Bonaparte. Ha lavorato a Bari e dintorni dal 1994 al 2003, sempre come indipendente. Dal 2003 vive e lavora (poco) su commissione (specializzata in falsi d’autore) a Copenaghen…

Links:Il Blog di Valentina Fino

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