Six Comm: Headless - Let the moon speak

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Ver Sacrum Non si può certo affermare che Patrick “O’Kill” Leagas è stato un musicista fortunato; soprattutto se si confronta la sua carriera con quella dei due suoi compagni d’avventura, chiamato Douglas P e Tony Wakeford, ai tempi della fondazione dei Detah In June. Questi ultimi hanno, negli anni, conosciuto un successo molto importante, pur sempre a livello di nicchia, diventando creatori e fulcro, insieme a David Tibet dei Current 93, di un’intera scena musicale che si è espansa a macchia d’olio arrivando a mescolarsi a numerosi altri generi musicali. Il nostro, invece, non ha avuto tanta fortuna; dopo l’abbandono dei Death In June, fondò i due progetti paralleli (molto spesso considerati, erroneamente ma anche a causa loro, un unico gruppo) Six Comm e Mother Distruction. Da allora il nostro non solo non si è mai imposto, probabilmente per sua stessa scelta, al centro di una scena musicale ma è rimasto coinvolto nel fallimento di ben due etichette, cosa che gli ha creato notevoli problemi che lo hanno allontanato dalla scena musicale. Ritorna oggi dopo oltre tre lustri con del materiale nuovo, immettendo sul mercato un lavoro dalla doppia anima (i due CD che lo costituiscono hanno ciascuno un suo titolo). La caratteristica principale dei progetti di Leagas è sempre stata le ricerca sulle ritmiche, il che lo ha allontanato rapidamente dall’ambiente neofolk (del quale, almeno a livello estetico, è purtroppo uno dei principali responsabili), anche perché piuttosto che le ritmiche marziali, care a quello stile musicale, ha preferito approfondire quelle etniche. Questa caratteristica naturalmente, centrale anche in questa nuova opera, chiaramente visibile nell’uso delle percussioni di origine, direi, mediorientale; al contrario, direi che è quasi del tutto scomparsa l’attrazione per la magia e la religiosità nordica (che, a voler ben vedere, erano elementi centrali più di Mother Distruction che di Six Comm). I due dischetti non sono poi così differenti l’uno dall’altro; l’impressione è che nel primo, Headless la ricerca ritmica sia più centrale mentre il secondo, Let the moon speak, ha un mood più calmo ed ispirato, con qualche influenza wave in più e una maggiore orchestrazione nei suoni. La voce è calda e avvolgente, a tratti mi ha fatto pensare ad una miscela tra le due voci dei Tuxedomoon, e ben si adatta agli arrangiamenti, soprattutto a quelli della seconda parte. A tratti le strutture ritmiche mi hanno ricordato i primissimi Dead Can Dance, quelli più tribali e ritmici, la musica araba in generale (il compianto Muslimgauze fa capolino) ma sembrano essere presenti anche influenze da parte della musica klezmer e, probabilmente, numerose altre che si paleseranno sono nei prossimi ascolti. A causa dell’allergia di questo musicista a qualunque definizione, etichetta o genere musicale, faccio fatica a immaginare una fetta di pubblico a cui consigliarne l’acquisto ad occhi chiusi; non si tratta di un disco facilissimo ma un ascolto attento può dare notevoli sensazioni e numerosi spunti.

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