Orne: The conjuration by the fire

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Ver Sacrum L’emozione attanaglia le mie viscere. Emergendo dai più reconditi recessi dell’anima, quelle pieghe ove si celano le sensazioni più intime, sale ad aggrovigliare la mente come nembi di densissimo fumo, ricacciando gli ultimi barlumi della fredda ratio lontano, confinandola in un limbo oscuro e vischioso donde non potrà liberarsi che a prezzo di enormi fatiche. Melodie circolari ed ossessive risuonano nelle mie orecchie. Una manciata di vecchie ballate, suonate con perizia da un gruppo di musici cocciuti e riservati. L’occulto recitato di “In the vault” apre le danze frenetiche, volute d’incenso celano ai nostri sguardi rapiti la volta del cielo, sempre ammesso che lassù ce ne sia uno. “A beginning” è lamentosa orazione funebre ch’accompagna una strascicata combriccola di spiriti di peccatori lungo un viale lastricato di lacrime di contrizione. Musica sublime, quella degli Orne, senza apparente età, collocata in un arco temporale indefinito ed indefinibile, ove pire rituali bruciano per l’eternità legni esotici ed aulentissimi, mordendo le delicate carni di virginee vestali offerte in sacrifizio in onore di Divinità ormai dimenticate, se non nei loro arcanissimi Nomi. “Anton” è dolentissima, e nemmeno la straniante bellezza di un composto strumentismo può intercedere nei confronti del Dio risolutore, “Island of joy” reca con sè la memoria offuscata di luoghi indefinibili e magici, perduti nel vortice della modernità, e par minacciare i distratti e gli indolenti colla forza di formule rievocate dalla sapienza di Stregoni dai corpi deformati da eoni trascorsi in bui ed humidi ricetti, ove coltivano la Saggezza e la Misura, ma pure dominano la forza inesorabile di creature provenienti dal Nulla, piegandole ai loro voleri. “Frontline dreams” ciondola immalinconita come il capo ricciuto d’un bimbetto sopraffatto dal sonno, e profuma di spezie provenienti da terre ignote collocate ben oltre le profondità liquide di mari immensurabili. Sono i seventies più autarchici e mortiferi a guidare Hegemon Albert Witchfinder ed i suoi officianti nel prosieguo del pezzo, pomposa marcia funebre che si conclude direttamente nella tomba, ove i nostri resti marciti dalla Malattia verranno gittati con poco riguardo, e dove le nostre nari s’empiranno di terriccio oleoso, reso saturo da millenni di decomposizione. E non v’è pace pure in “Opening by Watchtower”, cavalcata notturna nella desolata brughiera punteggiata da fugaci fuochi fatui, la quale ci conduce alla lunga e finale “Lighthouse” dagli onirici e stordenti riverberi psichedelici, la fine del viaggio, il raggiungimento della consapevolezza. O forse solo l’inizio… “The conjuration by the fire” è opera immaginifica e magniloquente, che attinge la propria ispirazione in un’epoca ormai remota, e da pochi eletti riconosciuta e rispettata, quando la Musica era Arte. Tutto assume un significato, le parole, le immagini, ogni oggetto e frase riportati possiedono una autonoma ragione d’esistere. Orne è ossa e materia, ma soprattutto è Spirito. “Looking through my eyes, you’ll see all those dreams now – all those little memories”.

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