Pure Reason Revolution: The dark third

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Ver Sacrum Un vero caleidoscopio di influenze, questo “The dark third”. L’opener acustica “Aeropause” fa gli onori di casa citando esplicitamente i Pink Floyd (od i Porcupine Tree…), colle sue sonorità liquide e sognanti, eppoi… il viaggio ha inizio, ed eccoci trasposti in un’atmosfera onirica e permeata d’umbratile psychedelia! Il giuovine quintetto di Reading dimostra una ottima padronanza dei mezzi dei quali è dotato e, guidato dalle sapienti mani dell’esperto producer Paul Northfield (Marilyn Manson, Hole, Suicidal Tendencies, ma pure i citati PT di Steven Wilson, i Rush ed i Gentle Giant!), assembla un platter di tutto rispetto. “Goshen’s remains” si avvale di bei cori (vero trademark dell’ensemble) e della piacevole voce della cantante e bassista Chloe Alper, perfettamente inserita nel contesto di songs variegate, a tratti dolcissime, altre grintose al limite della furia (“Bullitts Dominae”). Ma è sulla lunga distanza che i nostri manderanno in visibilio pure il più smaliziato degli ascoltatori: in “Apprentice of the Universe” (come nella più contenuta in quanto a minutaggio “The bright Ambassadors of Morning”) convivono i già citati Porcupine Tree, passaggi a la Muse, squarci dreampoppeggianti, intrecci di voci celestiali (sulla sola “Ambassadors…” sono state sovrapposte oltre sessanta tracce vocali!) e partiture progressive di gran classe. Originale pure nel nome (tratto dalla “Critica della ragion pura” di Kant), il gruppo albionico (Jon ed Andrew Courtney, rispettivamente voce/chitarre/tastiere e batteria, Jamie Wilcox voce e chitarre, James Dobson tastiere e violini, oltre a Chloe della quale s’è già scritto) assembla un concept figlio dei settanta più sperimentali, ove grande importanza assume il significato unitario delle singole canzoni. “The dark third”, in quanto trascorriamo un terzo della nostra vita immersi nel sonno (più o meno agitato a seconda dei casi…), e di questo circa sei anni sognando, e PRR è esplorazione/interpretazione del sogno e delle sue origini. “Nimos & Tambos” è breve ed irruenta, “Voices in winter/In the realms of the divine” è interpretata con passionalità, ed è uno dei tre pezzi suddivisi in due sezioni del disco. Elettronica e strumenti tradizionali interagiscono alla perfezione, il risultato è poi garantito dall’elevata qualità delle performances individuali, come nella complessa e proggy “Arrival/The intention craft”. Chiude “He tried to show them magic!/Ambassadors return”, riappaiono fantasmi seventies, il pezzo è lungo (quasi quindici minuti), le voci si rincorrono sul pentagramma, pare davvero che qualche entità aliena si sia impossessata di noi, facendoci viaggiare a ritroso nel tempo… Ma stiamo solo sognando, forse… Da notare che “The dark third” è stato pubblicato in due versioni diverse, una per il mercato americano, l’altra per quello inglese/europeo, la prima con artwork modificato e con un bonus-CD di cinque pezzi. Dopo i Riverside ed i Paatos, un’altra bella scoperta targata InsideOut!

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