Atrium Carceri: Ptahil

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Ver Sacrum Simon Heath prosegue imperterrito nel suo percorso artistico, un sentiero non facile e impervio che il nostro sta affrontando con uscite molto regolari e un costante rinnovamento nei suoni. Anche le tematiche stanno in qualche modo evolvendo e, in qualche modo, alcuni titoli spingono a pensare che, da un punto di vista tematico, questo Ptahil sia in qualche modo la proseguzaione del precedente Kapnobatai. Ptahil è una delle semidivinità dei Mandei, probabilmente l’ultima setta squisitamente gnostica rimasta in Medio Oriente (sempre che non siano scomparsi a causa delle tremende persecuzioni) e rappresenta una sorta di creatore e demiurgo, contrapposto alla dea Ruha, che governa il regno delle tenebre (ma sia la contrapposizione sia il significato di “luce” e “tenebra” vanno considerati in un’ottica gnostica, piuttosto lontana da quella a cui siamo abituati noi). L’occhio del musicista svedese sembra rimanere, quindi, puntato verso il misticismo mediorientale, com’è annunciato anche dalla voce femminile che introduce al disco; pur rimanendo decisamente in territori dark ambient molto oscuri, Atrium Carceri continua ad allontanarsi dall’isolazionismo che caratterizzava la sua prima e, in buona parte, la seconda uscita e prosegue nell’aggiunta di elementi che ne arricchiscono il sound; certo, sembra che continui a divertirsi a mettere in crisi i diffusori degli impianti stereo attraverso l’uso di frequenze bassissime che, al contempo, comunicano un senso di profonda oscurità; in ogni caso ho l’impressione che la musica del progetto svedese sia ancora in una fase evolutiva e che Simon Heath non abbia ancora trovato pace, il che mi lascia ben sperare per il futuro.

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