Black Rebel Motorcycle Club: Baby 81

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Ver Sacrum Grazie all’omonimo cd d’esordio, uscito nel 2001, i Black Rebel Motorcycle Club sono diventati uno dei nomi di spicco del cosiddetto “new rock revolution”, sorta di movimento musicale che ha avuto come esponenti principali band del calibro di White Stripes, The Strokes e Kings Of Leon, ma che sembra essersi esaurito nel giro di pochi anni. Dopo la pubblicazione del (pur ottimo) secondo disco, intitolato Take them on, on your own (2003), il gruppo ha dovuto affrontare un periodo abbastanza critico, durante il quale è stato scaricato dall’etichetta che lo aveva lanciato a livello internazionale (la Virgin) e si è anche visto costretto ad allontanare il batterista Nick Jago, ormai divenuto inaffidabile a causa dei suoi problemi con alcool e droghe. A tutto ciò è seguita la realizzazione di Howl (2005), album interlocutorio e molto distante dal sound a cui Peter Hayes e compagni ci avevano abituato, vale a dire un rock-garage grezzo e immediato che ricordava sia gli Stooges che i Jesus And Mary Chain, e che personalmente ritenevo piuttosto valido e interessante. L’impressione è che la band abbia voluto cercare una via alternativa, o forse un modo per raggiungere un pubblico più vasto, fatto sta che la scelta di proporre canzoni molto più soft e “back to the roots” di quelle dei primi due cd l’ha ampiamente ripagata, permettendogli di ottenere il grande successo che in passato aveva solo sfiorato. Per come la vedo io Howl non era male, ma è pur vero che ascoltare ballate acoustic-folk invece dei soliti pezzi “casinari” fu un grosso shock, di conseguenza non potevo non accogliere con sollievo questo nuovo capitolo della saga Black Rebel, un lavoro bello e “sostanzioso” che mi ha ricordato come mai, ben sei anni or sono, la formazione originaria di San Francisco mi aveva colpito così tanto. Non si può dire che la musica contenuta in Baby 81 sia caratterizzata dalla stessa ruvidezza e aggressività del debut o del suo successore, ma di sicuro la somiglianza con le vecchie cose è forte, e per capirlo basta sentire brani come “Window”, “Cold wind”, “Took out a loan” o “Weapon of choice”, tutti ottimi esempi di rock-blues-garage sensuale e ammiccante, ma anche fresco e melodico quanto basta per non risultare stucchevole. Nel disco non ci sono riempitivi, e questa è già una cosa importante, ma ancor di più lo è il fatto che il terzetto (ora di nuovo nella formazione originale!) sembra aver raggiunto una notevole maturità espressiva, dimostrata sia dall’eccellente qualità delle vocals che dalla perfezione strutturale/formale delle singole canzoni, davvero intense ed ispirate. Insomma, non mi aspettavo un ritorno in così grande stile da parte della band americana, e credo essa meriti più di un plauso per come è riuscita ad affrontare le avversità, uscendone fuori a testa alta e addirittura rigenerata…

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