Doomraiser: Lords of Mercy

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Vi sono dischi per i quali la variabile tempo non ha assolutamente ragione d’esistere, in quanto potrebbero essere stati pubblicati quindici o venti anni fa, ovvero non aver visto ancora la luce, tanto farebbe lo stesso, essendo essi sospesi in un’età indefinibile. E’ il caso di “Doomriser”, opera omonima di questo manipolo di coraggiosi romani, discepoli fidelissimi della corrente più autarchica della musica del destino. Con Scott “Wino” Weinrich nel cuore, essi omaggiano in fatti quel sound pachidermico ed appiccicoso figlio bastardo dei Saint Vitus e degli Obsessed più introversi, mettendo in fila una serie di brani dall’umore nerissimo, asfissianti come l’aria corrosa dai miasmi pestilenziali esalati da carcasse marcite dai raggi di un sole malato. Il riff mortifero di “The age of Christ” (già opener del promo “Heavy drunken doom”) rimbomba cupo come i colpi di piccone nella terra gelata, quando il vespillone s’appresta a calare la bara nella fossa che la custodirà negli anni, “The old man to the child” è la stessa che già venne pubblicata in una limitatissima e preziosa edizione in 7 pollici, suddivisa in due parti qui riunite, roba d’altre epoche gloriose, come il salmodiare maledetto di Cynar… “Doomraiser”, aperta da un funereo rintocco sabbathiano e chiusa da un sacrale organo, “Metamorphosis” settantiana e vagamente hippie e “Doomalchohlocaust” dal finale criptico ed horrorifico sono macilente e sfibranti, adatte ai padiglioni auricolari dell’adepto più oltranzista, non all’uditore distratto dalla caduca modernità. I brani sono cinque, i minuti sessanta… E doom sia, per sempre!

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