Garden of Delight: Lutherion III

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Ver Sacrum Innanzi tutto complimenti alla Trisol per la sempre impeccabile e lussuosa confezione dei suoi prodotti in digipack. Qui abbiamo: digipack nero patinato con lettere impresse in argento, due tasche una con il booklet con i testi e una con un miniposter dedicato a Mary Fenrose (chi sia ve lo scoprirete da soli, se ne avrete voglia e se arriverete vivi alla fine), e poi 2 cd. Uno con l’album (alleluia) e un altro contenente: il singolo “Illuminate”, il video “Illuminate”, e una parte multimediale contenenti file in pdf esplicativi in 6 lingue (ovviamente italiano, manco per idea) e di cui parleremo dopo. Ecco, ma alla fine il succo sta nel primo cd: siamo di fronte al terzo capitolo della serie Lutherion, che dovrebbe chiudere la trilogia del ritorno dei Garden of Delight, dopo il bel dittico di Apocryphal, che ne segnava a detta della “mente” Artaud, la fine e la rinascita. Allora, che ci sta dietro a tutta questa serie vertiginosa di annunci, proclami, ripensamenti etc.? Come al solito il consueto suono kraut gothic rock old style, per il quale è inevitabile fare gli scontati nomi di Sisters e Nephilim, cosa che il gorgheggiare goticissssimo di Artaud contribuisce a non scoraggiare. Lasciando perdere il canonico intro ambientale “Prelude” e il bonus track di chiusura (9 minuti di cui i primi 5 di assoluto silenzio e poi campionamenti ambient… ma che idea originale), “Illuminate” (che dovrebbe essere il brano di traino dell’album, apparendo nel secondo cd in un mix un po’ più danzereccio ed in video clip) è un pezzo davvero indovinato: certo, gothic rock canonico ma potente, metallico, corposo e buono per ballare. Il seguente “Codex” “ambienteggia” per circa un minuto, per lasciare spazio a “Sacred Rites” ancora gothic rock di maniera, un compitino scolastico ben fatto, ma nulla di più. In “The Abyss”, Artaud invece mostra d’avere capito come funzionano i pezzi di Sisters e Nephilim (ma soprattutto i primi), più rallentati e cadenzati, con arpeggi di chittara puliti e melodici: non male, ma anche qui nulla di più d’un compitino ben svolto. La successiva “Sangreal”, non è male, perché qui i GOD si ricordano di suonare rock’n’roll, e lo fanno con un brano energetico e trascinante, dalla struttura semplice ed incisiva. In “Dogma” fa capolino il McCoy più slow ed ipnotico (ma solo capolino, per carità), mentre “Venus Pentagram” sono 6 minuti di buon gothic metal. La seguente “In Memoriam” è il brano migliore del cd, insieme alla succitata “Illuminate”: cadenzata, spiraliforme e nebbiosa. Passando al secondo cd contente il singolo, e tralasciando la stracitata “Illuminate”, ci imbattiamo in “Illuminati Revealed”, che è un pallosissimo remix pseudo industriale di…. “Illuminate”, per poi sorbirci “The path of illumination”, 4 minuti e mezzo di “riempimento” ambientale, con Artaud salmodiante. Ma il pezzo forte del secondo cd è sicuramente, udite udite, un’inascoltabile cover (sacrilegio e anatema) nientepopodimeno che di “Dark Entries”… fate voi. Isomma, al contrario dei due Apocryphal, un album medio(cre) e poco riuscito, che sembra durare una vita, noiso e ripetitivo. In tutto ciò il pontificare e l’esotericheggiare di Artaud risultano oltremodo stonati e pretenziosi: ma qui si raggiunge il massimo, credo. Nella parte multimediale del secondo cd, i documenti i pdf di cui parlavo sopra sono niente meno che l’analisi filologica e il tentativo di interpretazione esoterica dell’intero lavoro da parte d’un certo Stuart Head (an elucidation by…) che arriva a dire:”le mie interpretazioni sono principalmente basate sulle tracce audio originali, sulle liriche di Artaud e sui suoi manoscritti (!!!)… la mia gratitudine va ad Artaud per avermi concesso l’onore e dato il permesso di scrivere queste note interpretative… (!!!!!)”. Cristo, vuoi vedere che abbiamo fra di noi un novello S. Agostino e non ce ne siamo accorti?

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