Grinderman: Grinderman

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Ver Sacrum Negli ultimi tempi si sono aperte fior fiore di discussioni sul signor Nicholas Edward Cave, tutte più o meno incentrate sugli stessi due argomenti, che hanno suscitato un notevole interesse sia da parte della stampa specializzata che dei fan. Non sono infatti pochi quelli che si sono chiesti come mai l’artista australiano abbia voluto recuperare una parte dei “suoi” Bad Seeds per dar vita ad un nuovo progetto chiamato Grinderman (nome ispirato a un brano scritto nel 1941 dal bluesman Memphis Slim, che contiene i versi “While everything is quiet and easy/Mr. Grinder can have his way…”), ma sono piuttosto numerosi anche coloro che, facendo chiacchiere degne di un talk-show televisivo, hanno disquisito sulla bruttezza dei baffoni (e dei capelli) del carismatico cantante e dei suoi degni compari, arrivando persino a domandarsi se il primo (ormai sulla soglia dei cinquanta…) stia attraversando la famigerata “crisi di mezza età”. Personalmente trovo quei baffi orripilanti (ma dico, avete visto i quattro musicisti nel video di “No pussy blues”, o anche solo nelle foto promozionali? Sono a dir poco inguardabili!) e non sono poi tanto sicura che il buon Nick sia andato in crisi proprio ora (secondo me si trova in quella condizione dal giorno in cui è nato, e mi pare che parecchi fatti lo stiano a dimostrare…), ma di una cosa ho la certezza, e cioè che il disco è grezzo, sporco e marcio abbastanza da farmi credere che sia un bene che questi signori (oltre al già citato Cave ci sono anche Warren Ellis alla chitarra e violino, Martyn Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria) si siano messi in testa di realizzarlo!! Al di là del fatto che le track in esso contenute sembrano registrate nel garage di casa mia, la loro bellezza e intensità è tale da indurmi ad affermare che di un disco così ce n’era davvero bisogno, frase che oggi come oggi mi capita di pronunciare assai di rado. Impossibile non lasciarsi coinvolgere dal garage-blues abrasivo di “Honey bee”, “Get it on”, “Love bomb” o della già citata “No pussy blues”, ma è anche difficile non farsi attrarre dagli oscuri soliloqui presenti in “Go tell the women” e “Electric Alice”, per non parlare poi di una canzone come “Man on the moon”, una simil-ballad tanto breve quanto efficace, che sembra sì cantata da un ubriacone fuori da qualche pub, ma che ti fa emozionare come poche altre. Per certi versi questo è un lavoro rumoroso, impulsivo, tracotante e “sfrontato”, ma sotto altri punti di vista lo considero il frutto di lunghe riflessioni e lo vedo come un qualcosa di molto cerebrale, che senz’altro sarà amato alla follia dai fan del Re Inchiostro, ma che forse servirà anche a far scoprire quest’ultimo a quei pochi che ancora non lo conoscono, o magari alle nuove generazioni.

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