Kaiser Chiefs: Yours truly, angry mob

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Ver Sacrum I Kaiser Chiefs sono una delle band che più mi piace tra quelle appartenenti alla nuova scena Brit rock, difatti il loro debut Employment è un disco frizzante e divertente che ho ascoltato fino allo sfinimento, e che considero come una delle migliori release degli ultimi due anni. In particolare mi piace molto il sense of humour del gruppo di Leeds, che riesce a confezionare brani straordinariamente efficaci e immediati ma che non si limita a proporre puro e semplice pop da classifica, basti pensare a piccoli capolavori di pseudodemenzialità lirico-musicale come “Na na na na naa”, “Oh my God” o “Everyday I love you less and less”. Non era quindi facile realizzare il degno successore di un album così intrigante, ma il quintetto ce l’ha messa tutta ed ha sfornato una serie di canzoncine che non fanno troppo rimpiangere le precedenti. Di sicuro il livello raggiunto da Yours truly, angry mob non è paragonabile a quello del cd d’esordio, ma è anche vero che toccare di nuovo tali “vette” qualitative non era affatto facile, e che le cose vanno sempre contestualizzate per poterle giudicare al meglio. Immagino che la band abbia subito molte pressioni dalla casa discografica, ed inoltre è stata praticamente sempre in tour dal 2005 ad oggi, ma a dispetto di ciò la sua proposta supera (senza ombra di dubbio) quella di tante formazioni dello stesso genere, che di recente si sono rese protagoniste di “ritorni” assai deludenti. Come al solito mi viene da dire che i Kaiser non esisterebbero se prima di loro non ci fossero stati i Blur (il singer Ricky Wilson deve aver imparato a cantare ascoltando a ripetizione Damon Albarn…), ma questo non è certo un punto a loro sfavore, anzi mi fa molto piacere che non abbiano snaturato il loro suono originario e non abbiano cercato di fare cose troppo diverse da quelle a cui ci avevano abituato. A dimostrarlo ci sono episodi come “Everything is average nowadays” e “Heat dies down” (con i loro ritornelli azzeccatissimi), per non parlare dell’opener “Ruby” (che dà l’idea di essere un po’ stucchevole la prima volta che lo senti, ma che si fa apprezzare sempre più ad ogni nuovo ascolto…) o del trascinante “Thank you very much”, il classico pezzo radiofonico e orecchiabile che vi verrà propinato a tutte le serate indie-alternative a cui parteciperete nei prossimi mesi. Insomma, un must per i fan del “true british sound”, oltre che una bella riconferma per un gruppo che ha la mia stima incondizionata.

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