The 69 Eyes: Angels

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Ver Sacrum Ogni volta che esce un nuovo cd dei The 69 Eyes in Finlandia è come se fosse festa nazionale, difatti Jyrki e compagni hanno un grande seguito nel loro paese d’origine, e riescono sempre a raggiungere i primissimi posti delle classifiche di vendita. Dalle nostre parti, invece, il quintetto non ha mai spopolato e, nonostante una carriera ormai ultra-decennale e un look curato nei minimi dettagli, ha raggiunto livelli di notorietà medio-bassi, neanche lontanamente paragonabili a quelli cui sono riusciti ad arrivare gli Him (e non è certo un caso se qui nomino proprio la band di Ville Valo, che proviene dalla stessa nazione ed è dedita ad un tipo di musica molto simile a quello proposto dai “sixty-niners”!). Per quanto mi riguarda, ho sempre affermato che il gruppo non è tra i più originali del suo genere (il cantante, per esempio, mi dà l’impressione di voler emulare Peter Steele dei Type O Negative…), ma in questi anni, a fasi alterne, è anche riuscito a sorprendermi e a farmi pensare che non è poi così male. In particolare il penultimo disco, Devils, mi aveva colpito per la sua spontaneità e immediatezza, ma soprattutto per quei suoni ruvidi e “sanguigni” che lo caratterizzano, tra l’altro piuttosto lontani dalle atmosfere romantico-decadenti che infarciscono i tre album precedenti. Con Angels i 69 Eyes riescono ancora a stupirmi, trattasi infatti di un lavoro leggerino e accessibile che però non manca di efficacia, e che si colloca a metà strada tra il gothic e il glam-rock più raffinato e meno stradaiolo, un po’ come se la band volesse farci capire che, pur amando alla follia l’assolata Los Angeles e le sue mille tentazioni (a questo proposito vi segnalo l’ottava traccia del cd, guarda caso dedicata alla metropoli californiana…), si sente fortemente legata alla ben più tetra Helsinki, città da cui proviene e della quale continua a subire l’influenza (del resto è risaputo che i finlandesi, rispetto ad altre popolazioni, sono più portati alla depressione e ad avere un atteggiamento pessimistico nei confronti della vita!). In generale mi è piaciuta l’alternanza di momenti in cui o la componente glamour o quella “oscura” vengono messe in rilievo (bella ad esempio la contrapposizione tra la darkeggiante “Never say die” e la scanzonata “Rocker”…), e devo ammettere che i cinque sono riusciti a confezionare un album che, pur essendo un collage di cose già sentite, ha qualità tali da risultare molto piacevole all’ascolto.

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