The Good, The Bad And The Queen: The good, the bad and the queen

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Ver Sacrum La notizia che uno come Damon Albarn (cantante dei Blur e dei Gorillaz) aveva messo su un nuovo progetto musicale non poteva che essere accolta con gioia da un gran numero di persone, ma il fatto che questa nuova band comprendesse anche il redivivo Paul Simonon (cioè il mitico bassista dei Clash), oltre al batterista ultrasessantenne Tony Allen (che ha suonato con Fela Kuti) e al chitarrista Simon Tong (ex Verve), aveva sicuramente entusiasmato un po’ tutti, sia gli addetti ai lavori che i fan dei gruppi finora nominati. È quindi abbastanza scontato dire che le aspettative createsi attorno a questa release erano enormi, e che le speranze che i brani in essa inclusi fossero a dir poco favolosi erano parecchie, ma in realtà quello che i The Good, The Bad And The Queen hanno realizzato è un album molto diverso da quanto ci si poteva immaginare… Ricordo che quando sentii per la prima volta il singolo “Kingdom of doom” lo trovai piacevole e interessante, ma mi domandai se tutto il disco sarebbe stato caratterizzato da quei ritmi lenti e da quelle atmosfere raffinate che, pur nella loro bellezza, a lungo andare potevano venire a noia: ebbene, adesso ho la risposta a tale domanda, e sinceramente avrei preferito qualcosa di diverso, se non altro perché artisti di questa caratura mi sembrano un po’ sprecati per suonare roba del genere… Voglio dire, non c’è niente di male nel voler sussurrare invece che urlare, e neanche nel voler premere il piede sul freno invece che sull’acceleratore, ma un minimo di dinamismo in più non avrebbe fatto male a questi brani, che in certi casi danno quasi l’impressione di essere delle versioni demo (o semplificate) di ciò che sarebbero diventati se qualcuno avesse pensato di dargli un taglio più rock. In poche parole i quattro musicisti devono aver buttato giù una manciata di canzoni, che ovviamente (dato il loro talento) non potevano venir fuori male (basti pensare alle notevoli “Herculean”, “History song” e “Green fields”), e poi magari le hanno registrate senza star troppo a preoccuparsi di come erano, cioè senza lavorarci granché sopra. Insomma, per loro si è trattato di un “divertissement”, questo è chiaro, ma da parte di noi “fruitori del prodotto” è lecito che ci siano dei dubbi, ed è anche normale, dopo un attento ascolto del medesimo, provare un po’ di delusione…

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