The Groaning: Dearly beloved

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Ver Sacrum Il violino di Padraic Geddes attribuisce al peculiare sound dei The Groaning un chè di celtico, eppure il sestetto proviene da Washington D.C., U.S.A., chi l’avrebbe mai detto… Oltre al nostro Patrick/Padraic (impegnato anche alla sei corde) si occupano di strumenti e canto Charon Powers, la vocalist, Claire Geddes (flauto e tastiere), Arthur Graves (chitarre), Paul Fraunfelter (batteria) ed il misterioro Prosector (basso), tutti tesi a donare alle canzoni di “Dearly beloved” un suono bello coeso. E dopo una non trascendentale “Missing missing dead”, “Enough” aggiusta decisamente il tiro, anche se la voce da soprano di Charon pare a volte forzata, anche se mai fuori contesto. Certo che il violino rende il tutto davvero inusuale, anche nelle tirate “All these years” l’atmosfera è quella di un fumoso pub di Cork o di Limerick! Ma ogni volta, superata la stupefazione iniziale, ci si sorprendere a muovere a tempo il piedino (anche nella più tradizionale “Dancing to my grave”). La pacata “Roses in winter” rimanda vagamente ai Faith and the Muse (coi quali hanno diviso il palco), in “Drowning in the shallows” duellano chitarra e violino, e la voce di Charon divide gli astanti sostenuta dalla scatenata sezione ritmica. “Sheep & goats” è vagamente prog-settantiana (bello il flauto, mentre è impressionante la simiglianza tra il tono di Charon e quello della nostra Francesca Nicoli, “Long” (sette minuti circa) è introdotta dal rimbombare del basso, ed è ascrivibile alla vecchia scuola new-wave. Chiude la bonus “Emmanuel”, melancolica ma orgogliosa ballata che profuma delle verdi praterie d’Irlanda. Che ne dite di gaelic-goth? Oddio, le etichette andrebbero evitate, ma appiccichiamola per celia a “Dearly beloved”, senza sminuire per questo la convincente prova dei suoi autori (da una nota del booklet deduco che vantino devoti fan in Ucraina, di dove proviene Prosector!), senza altro temerari, ma pure preparati e sopra tutto assolutamente convinti del loro operato.

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