IV Congresso Post Industriale

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Teatro Satanico

Teatro Satanico al IV Congresso Post Industriale (Foto di LilleRoger)

Capita a volte di dover cambiare idea, e constatare che le cose possono andare anche meglio delle aspettative. Anche se siamo in Italia, luogo genericamente che non dà molta soddisfazione a chi preferisce andare ai concerti piuttosto che alle serate danzanti annesse, e anche se chi stiamo andando a vedere non è esattamente materiale per palati semplici. Difatti, complici la cena in una trattoria che a confronto “La locanda dello Zio Pino” sembra “Chez Maxim’s” e un servizio taxi abbastanza approssimativo che ci ha fatto perdere quasi completamente l’esibizione di DBPIT, ci troviamo di fronte a un Siddharta quasi pieno. E fuori c’è pure un bel po’ di gente a fumare. E se conto che è italicamente presto, e che le ore seguenti della serata avrebbero fatto registrare un afflusso maggiore, cambiare idea mi ha quasi reso contenta di aver sbagliato le mie previsioni, sì ottimiste ma non così floride.

DBPIT perso, quindi, salvo due pezzi non sufficienti a esprimere un parere: sperando vi sia l’occasione per poter formare un’opinione quanto prima. Il tempo di un tentato e fallito assalto al banchetto della Old Europa Café – i classici momenti in cui vorresti essere alta due metri, pesante duecento chili e con l’alito annichilente per far fuori chi vuole accaparrarsi certe chicche prima di te – ed è già il momento di Malato. Attendevo con impazienza questo concerto, forte dell’ottima impressione avuta dai loro brani su MySpace, e l’esibizione di ClauDedi (già AinSoph – in pacem requiescant) e compagni ha saputo ulteriormente sorprendere. Un allestimento “basic”, con i nostri schierati sul fondo del palco, quasi immobili, e il solo vocalist a far fronte a un pubblico per una volta attento a qualcosa che presagiva già di non cadere nella schiera del “qualsiasi”. E infatti, nulla che possa essere catalogato o passibile di limitanti descrizioni. Un suono in progressivo divenire, sovrastato dalla ruvida voce di DarkYota, un proclama furioso su un’atmosfera in bilico tra evoluzioni elettroniche fredde, poi corpose, e al contempo di una follia impeccabilmente lucida. “Avant-pop”, si definiscono, e credo che non vi sia sintesi più idonea. L’impressione continua dell’essere uno step oltre, una combinazione di suoni che spaziano da impostazioni minimal a virate drum’n’bass passando attraverso addizioni e sperimentazioni sempre nuove e sempre in grado di stupire per la loro imprevedibilità. Per me, i vincitori morali della serata: un progetto da seguire obbligatoriamente per non perdersi una delle poche e vere novità della scena attuale.

Cala il sipario – eh no, non è un modo di dire- e si attende Teatro Satanico. Altro live che attendevo con curiosità, e che per quanto breve ha fatto i suoi bei sfracelli: supportato da visuals piacevolmente agghiaccianti e da una strisciante violenza di fondo, in grado di far passare in secondo piano una presenza scenica non sempre impeccabile. Impressionante la prima parte, con una ragazza vestita di una candida sottoveste sporca di sangue (a cui vanno i miei complimenti per la sua interpretazione da brividi), “incredibilmente credibile” voce narrante della vicenda della “bambina piccina piccina” (che fa rima con “assassina”, in questo caso…), e poi, da quando Devis G. prende in mano il microfono, da un’impostazione grand-guignolesca si passa ad un ragionato e per questo ancora più temibile massacro. Le movenze epilettiche e folli di Devis G. fanno il paio con brani in cui l’estremo, il morboso, diventano privi del loro carattere di eccezione e si fanno viva quotidianità – come in una “Confesso tutto!” per cui Bagnasco riesumerebbe Torquemada – e suoni ansiogeni, subdoli, più “marcati” che su disco ma mai privi della loro efficace e violenta attrattiva.

E qui arriva l’unico momento della serata che mi ha lasciata perplessa. Ok, la video-installazione di Bad Sector: dieci minuti in cui di video si vedeva ben poco, e che avremmo preferito tutti fossero dedicati a un live-set … a un inizio di live-set, anzi. Non avendone capito il senso, mi dirigo di nuovo stoicamente verso il banchetto della OEC, a furia di spintoni riesco a prendere il mio posto e qualche chicca me la aggiudico pure io, ecco.

Quello di Black Sun Productions è un altro live che mancava al mio carnet, e benché conscia che probabilmente il loro spettacolo non sarebbe stato così “estremo” come nei sempiterni “racconti di chi c’era” e informazioni correlate, il progetto di Massimo, Pierce e Drazen si è dimostrato il più scenografico dell’intera kermesse. Forti di un’impostazione fortemente teatrale, danno alla morte di Pasolini un suono fluido e dilatato, una fredda autopsia che si anima di lutto nei visuals e nelle loro movenze, e per ovvi motivi inizia a girare tra i presenti il nome Coil: non è un mistero il legame che correla le storie di BSP e della creatura di John Balance, forse “storicamente” troppo stretto per non intaccare i parametri di giudizio di chi ascolta. Ma quello che sorprende, nonostante un antipatico problema tecnico che ha spezzato a metà il concerto, è il connubio che lega indissolubilmente la loro musica, di uno sperimentalismo tentacolare (dall’elettronica a una forma di teatro-canzone), alla sua interpretazione, dal tributo alla meravigliosa Charlotte Rampling di The Night Porter (essendo uno dei film a cui sono maggiormente legata, ho avuto giusto quel brandello di commozione…: nda) a una sessualità talvolta provocatoriamente esposta, su atmosfere a tratti da cabaret infernale, un locus amoenus scardinato da tempi e imposizioni. Prendendo il rischio di passare per la buonista che non sono, ho apprezzato molto la dedica del concerto al ragazzo torinese che, pochi giorni prima, si è tolto la vita in quanto vittima delle angherie dei compagni di scuola, “reo”, per loro, di essere omosessuale: un richiamo che in tempi di Ruinate e Bagnascherie (e l’ho citato due volte…) è ancora più apprezzabile. Forse troppo “glamour” per essere pienamente apprezzati in questo contesto, ma autori di uno spettacolo emozionante, fuori dagli schemi, di fronte al quale le mezze opinioni non trovano luogo.

Whitehouse

Whitehouse al IV Congresso Post Industriale (Foto di LilleRoger)

E, se quel che si desiderava era cambiare registro, i signori Best e Bennett (ormai consolidati nella formazione a due dopo la defezione di Peter Sotos alcuni anni orsono) l’hanno fatto nella maniera “più diametralmente opposta” possibile. Con il nome Whitehouse si menziona il concetto stesso di power-electronics, la sua Storia: il termine da lì nasce e, con buona pace dei detrattori, da lì ha fatto partire ogni sua diramazione. Ed era tangibile che tanta della gente presente al Siddharta fosse proprio lì per loro: un pubblico immobile, annichilito dalla carica di rumore bianco che esplodeva dalle casse (e qui, un appunto per i suoni, potentissimi, nitidi, spiazzanti), tra l’adorazione e l’estasi; e chi si aspettava i leggendari calci-pugni-sputi dei loro live, qui ha trovato invece un insieme di persone in raccoglimento quasi religioso, di fronte a chi da quasi 30 anni può ritenersi a ragione il capostipite di un’intera corrente. “Do you want to rock and roll??”, scandisce Bennett urlando, e risponde uno “yeah” così flebile da dare quasi la percezione di timore di fronte a tutto questo, di riverenza – più che di partecipazione. Ragion per cui, spesso, lo storico atteggiamento dissacratorio, i proclami veementi dei due (che si alternano a basi e vocals), una gestualità volutamente politically uncorrect (le auto-strizzatine di capezzoli… per dirne una), ha lasciato il dubbio se tutto ciò facesse parte del gioco, o se ci stessero prendendo per i fondelli, o se facesse parte del gioco prenderci per i fondelli; ma di fronte a una tale scarica di adrenalina noise ogni cosa era lecita, ogni colpo assestato nel punto in cui fa più male. Uno stupro audio-psicologico di fronte al quale ognuno degli astanti pareva mostrare il suo lato masochista, e che ha lasciato un segno tremendamente profondo, una ferita su cui si ha piacere a scucire i punti per non farla mai rimarginare.

E tanta violenza accumulata avrebbe fatto bene a esplodere quando, appena conclusa l’esibizione di Whitehouse, ci siamo trovati nel mezzo del classico post-serata nostrano con la solita, trita e a mio parere alquanto ammorbante “Blue Monday” rifatta dagli Orgy… citando una conversazione avuta in via virtuale con un altro presente, nessuno si attendeva ore ed ore di Genocide Organ e correlati, ma almeno qualcosa un attimino più in tema… Come se il post- rassegna industrial fosse accorpabile a un post-concerto qualsiasi, e come se fosse divertente far precipitare dalle stelle alle stalle chi era lì dalle nove di sera e far contenti quelli giunti solo alla fine per ballare e stop. Con due sale, dico, almeno una “esclusiva”… ma siamo in Italia, e allora concludo che quasi tutto il resto della serata (fatta eccezione per un breve intermezzo a ballare Xotox e qualche prelibatezza Ant-Zeniana nella sala accanto) sarà passato a chiacchierare, scambiare opinioni, godermi il piacere di stare con i miei compagni di viaggio fino al ritorno a Milano.

Un’esperienza che spero di poter bissare l’anno prossimo, una kermesse di cui questo paese perennemente indietro su tutto aveva musicalmente bisogno. E se forse esagero, non me ne curo. Poi sopporto i soliti casi umani sul treno, cerco inutilmente di dormire, e a casa crollo. Ma nel mio meritato riposo, ancora ci penso…

Black Sun Productions

Black Sun Productions al IV Congresso Post Industriale (Foto di LilleRoger)

Links:Congresso Post Industriale @ MySpace

Whitehouse @ MySpace

Whitehouse (fan site)

Susan Lawly (Whitehouse label)

Black Sun Productions @ MySpace

Massimo & Pierce of Black Sun Productions

Bad Sector: sito ufficiale

Malato @ MySpace

DBPIT @ MySpace

Energy Zone

Old Europa Cafe

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