Throbbing Gristle: Part two - The endless not

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Ver Sacrum Throbbing Gristle: un nome che nella stragrande maggioranza delle persone non ispirerà né farà venire in mente assolutamente nulla ma che, al di là di ogni ragionevole dubbio, è stato in grado di modificare il corso della musica contemporanea, andando decisamente al di là dei confini di quello che viene genericamente chiamato “rock” (ma questo in fondo lo avevano fatto già altri musicisti pur provenienti da un ambito, appunto, “rock”, come ad esempio Brian Eno e i suoi seguaci o i corrieri cosmici tedeschi). Quella che sono stati in grado di fare i quattro musicisti è una sorta di rivoluzione sotto tutti gli aspetti, da quello musicale a quello tematico a quello grafico e di immagine, riuscendo di fatto a creare una specie di nuovo concetto di gusto (spesso al limite del “dis-gusto”, a voler ben vedere), un po’ come è accaduto con il punk ma assolutamente privo dell’aspetto più prettamente “commerciale” e “modaiolo” (virgolette d’obbligo in entrambi i casi), contro il quale, anzi, i nostri si scagliavano con rabbia. “Mission is terminated”: con questa frase, inviata per posta ai loro fans, i Throbbing Gristle conclusero la loro carriera più di venticinque anni fa. E la loro “missione” era veramente terminata, allora: l’humus culturale era stato seminato e il germe si era già diffuso. Il ritorno del quartetto sul mercato discografico era nell’aria da parecchio tempo: inizialmente qualche concerto, che nelle intenzioni doveva rimanere un caso isolato; poi qualche voce qua e là, voci che col tempo si sono fatte sempre più insistenti e che sono sfociate, nel giro di un paio di anni, in questo Part two: the endless not. Non ho intenzione di chiedermi per quali motivi i quattro musicisti, ormai così cambiati (sotto molti profili), abbiano deciso di rispolverare un vecchio nome e riaprire un X-File ormai sommerso da anni di musica, anche se sono convinto del fatto che, se avessero scelto un nome differente, avrebbero sollevato molta meno polvere: in fondo, per come la vedo io, la missione era veramente terminata. Attenzione, però: le mie parole non devono assolutamente far pensare che il nuovo lavoro dei Throbbing Gristle non sia di buona qualità: in realtà, a mio giudizio, si tratta di un disco bellissimo, di quella bellezza marcescente e malata che solo quattro musicisti del loro talento potevano creare: a tratti si sente nitida la matrice coiliana, coadiuvata dalla tromba di Cosey Fanni Tutti e dalla voce che, non posso negarlo, in alcuni momenti mi ha ricordato quella del mai abbastanza compianto John Balance. Non esistono cali di tono o di tensione in quest’opera, tanto che non saprei né vorrei scegliere un brano più rappresentativo: è un album da ascoltare tutto d’un fiato, prendere o lasciare. Come già accadde in passato, tra i dieci brani che compongono il CD, ce ne sono quattro ad esclusiva cura di ciascuno dei quattro componenti. Questo CD è stato messo in commercio in diverse versioni (credo tutte in numero limitato), a cui sono allegati degli oggetti prodotti in Thailandia sotto il controllo personale di Peter Christofferson; credo ce ne sia una versione limitatissima (nonché molto costosa) con oggetti in oro. La missione era veramente terminata: questo credo che sia l’unico, piccolo neo di questo lavoro. Per il resto, ho motivo di credere che si piazzerà nelle posizioni più alte della mia classifica di fine anno.

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