Daemonia Nymphe: Krataia Asterope

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Ver Sacrum A cinque anni dal cd d’esordio, i greci Daemonia Nymphe escono con il loro terzo lavoro per la Prikosnovenie, il secondo totalmente nuovo. Nel frattempo il gruppo capitanato da Spyros Giasafakis ed Evi Stergious, sempre circondato da un gran numero di guest musicians, pare che sia diventato una sorta di istituzione in patria, arrivando a comporre le musiche di numerosi documentari sulla Grecia antica, e dando vita a tour sponsorizzati dal ministero della cultura greco. Segno di questa fama è senza dubbio la partecipazione a Krataia Asterope del suonatore di lira Antonis Xylouris (Psarantonis), vera e propria leggenda della musica cretese. Dunque, se avevo definito l’album di esordio un capolavoro, con Krataia Asterope siamo da quelle parti, anzi andiamo sicuramente oltre. Spyros Giasafakis, Evi Stergious e collaboratori, pare abbiamo abbandonato il crinale pericoloso dell’approccio più propriamente filologico, per donare alla loro musica una straordinaria dose di corposità e potenza, a volte -vorrei dire- al limite del rock. Certo non mancano gli strumenti antichi ricostruiti sempre da Nicholas Brass, ma alle ancestrali sonorità create da lira, cetra, syrinx , crotala, kymbalon, keras, askaulos, sistrum e percussioni, che anzi sono sempre di più l’impalcatura dei pezzi proposti, questa volta è venuta incontro una produzione che ha rinforzato i suoni, li ha in qualche modo monumentalizzati, rendendoli in certi casi aggressivi e potenti, con l’aggiunta di strumenti moderni e un pizzico di elettronica (l’opening “Esodos”). L’aspetto heavenly è in qualche modo meno evidente e anche se lo ritroviamo intatto in pezzi come “Syrens of Ulysses” o “Hymaeneos”, ad esempio, forse sono capolavori sontuosi come la title track col suo crescendo emozionante, o la danza dionisiaca di “Daemonos”, o la bellissima sincopata “Dios astrapaiou”, o la lirica “To Goddes Mnemosyne” a segnare il nuovo corso dei Daemonia Nymphe. Allora fra canti orfici, inni Omerici e versi di Saffo, celebrazioni della divinità come rappresentazione simbolica dell’uomo, forse ci rinfrescheremo le idee sulle radici della nostra Europa mediterranea, che forse – con buona pace di Ratzinger e delle sue truppe di atei devoti- proprio solo giudaico-cristiane non sono. Profondo.

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